
Ho letto su un quotidiano locale, nella rubrica “Opinioni”, la lettera del consigliere regionale e comunale Priamo Bocchi inerente ai fatti di piazza Garibaldi. Su quella vicenda ho già espresso pubblicamente il mio pensiero, sia nell’aula consiliare del Comune di Parma, sia nel corso di un’intervista. Così come l’ho fatto anche attraverso un intervento pubblicato il 1° settembre sulla mia pagina social. Oggi sento però la necessità di tornare sull’argomento, perché quando si parla di memoria e di storia occorre, prima di tutto, rispettare i fatti.

Il consigliere Bocchi, riferendosi ai sette caduti di piazza Garibaldi, parla di “cosiddetto eccidio”. Io ritengo che non ci sia nulla di “cosiddetto”. Un eccidio è una strage, un’uccisione di massa. E quello di piazza Garibaldi fu un eccidio: sette persone furono uccise nel corso di una rappresaglia fascista. Non è una questione di opinioni politiche, ma di parole e di fatti. Per questo ritengo necessario ricostruire quegli avvenimenti con attenzione. Il 31 agosto 1944 due membri della Brigata Nera furono uccisi in via Aurelio Saffi. Negli stessi giorni, le forze fasciste avevano già fucilato cinque antifascisti: tre in via Montanara il 30 agosto e due in via Abbeveratoio il giorno successivo. L’uccisione dei due militi fu seguita dalla rappresaglia. Nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre sette prigionieri, già detenuti e sottoposti a interrogatori e violenze, furono condotti in piazza Garibaldi e uccisi. Erano sette antifascisti, due dei quali anche combattenti partigiani.

Anche questo particolare merita di essere ricordato, perché la precisione storica non è un dettaglio quando si parla di persone che hanno perso la vita. Nella ricostruzione compare inoltre l’affermazione secondo cui, oltre ai due militi della Brigata Nera, sarebbe stato ucciso anche un graduato tedesco. Per quanto ho potuto verificare nella documentazione relativa a quei fatti, questa circostanza non trova riscontro. E proprio qui nasce una domanda: sulla base di quali documenti si sostiene questa ricostruzione?

Perché da questa circostanza discende anche l’interpretazione secondo cui l’ordine della rappresaglia sarebbe partito dal comando tedesco. È un’affermazione che, a mio avviso, deve essere sostenuta da documenti e non da ricostruzioni interpretative. Non lo dico per alimentare una contrapposizione politica. Lo dico perché la storia non può essere adattata alle convinzioni del presente e nemmeno alle necessità politiche contingenti di un revisionismo atto a riabilitare soggetti e comportamenti già giudicati dalla Storia come crudelmente criminali e disumani. Per me, inoltre, questa non è una pagina di storia lontana.

Tra i sette uccisi c’era mio nonno, Eleuterio Massari. Dopo l’esecuzione’, i corpi furono trasportati al cimitero della Villetta e lì lasciati, con il divieto di rimuoverli. Mia nonna Livia Rossett, sua moglie, nelle prime ore del mattino andò a recuperare il corpo del marito. Nonostante i divieti, lo caricò su un carretto e lo riportò a casa attraversando i borghi dell’Oltretorrente. Lo fece perché voleva restituire a suo marito almeno la dignità di una sepoltura. Questa storia appartiene alla mia famiglia, ma non solo a lei, appartiene alla memoria della nostra città. Quando oggi qualcuno parla di quei sette uomini come di una semplice voce della contabilità della cosiddetta, questa sì, “guerra civile”, io penso a mia nonna che, quella mattina, attraversava l’Oltretorrente con il corpo del marito sul carretto.

Penso a una donna che aveva appena perso il proprio compagno e che non voleva accettare che anche la sua dignità venisse cancellata. E penso anche a mia madre, all’epoca in fasce e alle mie zie in giovanissima età che crebbero senza un padre. Ecco perché credo che le parole abbiano un peso.

Il consigliere Bocchi dedica inoltre spazio alla figura dei due militi della Brigata Nera, descrivendoli soprattutto nella loro dimensione personale e familiare, ma non solo, lo fa sottolineando quelli che sarebbero anche meriti politici, cercandone una riabilitazione completa e così una potabilità pubblica, assolvendo e riscattando così non troppo indirettamente anche le loro dimostrate colpe fatte di torture, umiliazioni e omicidi relative a questi fatti. Comprendo e rispetto il dolore che accompagna ogni morte. Ma ricordare una persona nella sua dimensione privata non può significare ignorare il ruolo che quella persona ebbe nel contesto politico e repressivo nel quale operò. E ancor peggio è glorificare e difendere con ogni mezzo le gesta politiche di tali soggetti omettendone volutamente gli aspetti più beceramente criminali: maggiormente determinanti e ingombranti di ogni altre azioni.

Per quanto riguarda Brenno Monardi, detto “Bragón”, che abitava a pochi metri dalla casa dei miei nonni, in borgo Paglia, posso riferire ciò che ho appreso attraverso la memoria familiare e le testimonianze processuali relative a quel periodo. E cioè di un uomo che era il terrore dei popolani, gretto, usurpatore, ladro, violento, arrogante e picchiatore, resosi artefice di numerosi pestaggi, che quando usciva dal macello, come fu anche in quel giorno di fine agosto, era pieno di braciole, salamini e filetti, sottratti illegalmente e infilati in ogni dove, negli stivali da pescatore e nei suoi rinomati bragoni larghi che servivano alla bisogna, in un periodo storico in cui la stragrande maggioranza della popolazione, oltre alla privazione delle più elementari libertà, pativa enormemente la fame più micidiale, quella atavica.

La storia non ha bisogno né di eroi costruiti a posteriori né di caricature. Ha bisogno di documenti, responsabilità e contesto. Il consigliere Bocchi cita nella sua lettera la sentenza della Corte d’assise di Macerata del 23 maggio 1951. Mi chiedo allora perché non considerare anche l’intero percorso giudiziario che precedette quella sentenza, compresa quella che condannò alla pena capitale Romualdi in contumacia nel 1947 per strage (eccidio) e collaborazionismo, unitamente ad altri otto imputati, e altri quattro a lunghe pene detentive.

Pino Romualdi, allora federale del Partito fascista repubblicano e direttore della Gazzetta di Parma, che nel dopoguerra avrebbe avuto un ruolo importante, fu infatti tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano di cui fu a lungo vicesegretario di Giorgio Almirante e sarebbe stato successivamente eletto più volte in Parlamento. Le testimonianze e gli atti processuali chiamarono in causa anche le responsabilità di Romualdi nella vicenda. Trovo pertanto che, quando si ricostruisce quella pagina di storia, non solo non sia corretto ignorare questi elementi ma anche infidamente tendenzioso.

Anche il travagliato percorso giudiziario di quella vicenda meriterebbe una riflessione seria: il processo attraversò diverse sedi giudiziarie per i ricorsi degli avvocati difensori e fu spostato da Parma a Piacenza, Firenze, Ancona, Roma e Macerata. A Firenze, già nel 1948 la requisitoria del procuratore Savani chiese la condanna all’ergastolo per tutti gli imputati, ma nel frattempo, il parlamento aveva abolito la pena di morte ed era intervenuta l’amnistia per molti reati del Ventennio fascista. Due dei condannati erano ancora latitanti.

Affermare, come ha fatto il consigliere Bocchi che “i vertici fascisti furono assolti” significa ignorare volutamente il contesto politico e istituzionale nel quale il rapporto con il passato fascista era tutt’altro che definitivamente risolto, significa dissimulare quella che non fu un’assoluzione e men che meno un’assoluzione giudiziaria o politica, ma una particolare circostanza storica di passaggio in cui il vecchio sistema politico di regime stentava a essere completamente abbattuto (come dimostra il percorso di cariche istituzionali successivo) e mentre il nuovo cercava invece le strade tortuose più efficaci per imporsi, da questo interregno fatto di zone d’ombra scaturì anche l’ammorbidimento delle condanne giudiziarie e politiche, un fatto completamente differente dall’assoluzione rispetto agli atti criminali commessi e certificati da questi italiani fascisti. Sono passaggi storici, e come tali devono essere affrontati attraverso documenti, ricerca, contestualizzazione, lealtà e messa in discussione, non attraverso comodi slogan d’effetto utili a pigri titolisti e a disattenti lettori.

Nella parte conclusiva della sua lettera Bocchi si richiama alla necessità di uno sguardo più distaccato e di una prospettiva orientata alla riconciliazione. Io credo che troppo spesso prospettando uno sguardo distaccato se ne cerchi in realtà uno disattento e superficiale, uno cioè che non si soffermi troppo sulle differenze storiche sostanziali e che quindi più comodamente possa assorbire una Storia neutra in cui ogni parte, oppressiva o liberatoria, abbia la stessa legittimità, va da sé che questo risulta a mio avviso inaccettabile. Similarmente si fa con l’operazione retorica della riconciliazione o riappacificazione: io penso che la riconciliazione sia un valore, ma riconciliare non significa equiparare. Non possiamo mettere sullo stesso piano chi combatteva per mantenere una dittatura e chi combatteva per abbatterla. Non possiamo confondere chi difendeva un regime fondato sulla soppressione delle libertà con chi rischiava la propria vita per restituire quelle libertà a tutti e non solo ai propri, quest’ultimi declassificando così quelle libertà a privilegio da difendere e non a diritto da espandere; qui sta tutta la differenza umana e storica che dobbiamo rilanciare.

La Repubblica italiana nasce dalla Resistenza e dalla sconfitta del fascismo. Questo non significa negare le sofferenze e le vittime provocate dalla guerra. Significa riconoscere il contesto storico nel quale quelle vittime si produssero. Ho già avuto modo di dirlo, nel mio intervento come presidente provinciale dell’ANPI: “Per chi cerca una curiosa riappacificazione, autoponendosi peraltro dalla parte dei fascisti e quindi fuori da questa Repubblica sarà ben contento di scoprire come qui si ricordano indelebilmente e lucidamente tutte la parti, ben in grado però di stare nella realtà e di distinguere tra chi moriva per opprimere e chi invece per liberare, per resistere e per esistere.” Continuo a pensarla così.

Non chiedo a nessuno di condividere la mia appartenenza politica o il mio giudizio della Storia. Chiedo però che non si perda la distinzione fondamentale tra dittatura e democrazia, tra oppressione e libertà, tra chi difendeva il regime fascista e chi lo combatteva. E soprattutto chiedo che non si giochi con le parole quando quelle parole riguardano sette persone brutalmente assassinate. Perché quelle persone costituirono un simbolo per il potere del regime, un simbolo ribaltato da chi li commemora, da chi ne ha, liberandosene, rovesciato tale potere oppressivo e omicida, rimetterlo in discussione peraltro riabilitandone mandanti e affini significa voler indebolire la memoria di quei morti, indebolire le fondamenta della Repubblica e al contempo rafforzare l’idea e la legittimità di quel regime sanguinario e di quelle prassi.

Perché per chi osserva questi fatti da lontano possono essere trascorsi ottantadue anni. Per me no. Per la mia famiglia, quegli ottantadue anni hanno un nome e un volto: quello di Eleuterio Massari. Hanno il volto di mia nonna Livia, che all’alba andò a riprendersi il corpo martoriato del marito. Hanno il volto di mia madre Iride, hanno il volto di zia Maria e zia Angela. E hanno un luogo preciso: piazza Garibaldi. Lì c’è una pietra. Quella pietra non chiede vendetta. Non chiede odio. Non chiede che il passato venga utilizzato per dividere il presente. Chiede semplicemente di ricordare. E ricordare significa anche chiamare le cose con il loro nome. Quello di piazza Garibaldi fu un eccidio.
E fino a quando non saremo capaci di riconoscere pienamente ciò che il fascismo ha rappresentato nella storia italiana, sarà difficile parlare seriamente di memoria condivisa. La memoria condivisa non nasce cancellando le differenze tra le responsabilità. Nasce dalla conoscenza dei fatti. Dalla capacità di guardarli senza paura. E dal rispetto per chi, per quella libertà che oggi consideriamo normale, ha pagato con la propria vita.

Giuseppe Barbieri (30 anni)
Vincenzo Ferrari (41 anni)
Gedeone Ferrarini (39 anni)
Afro Fanfoni (40 anni)
Eleuterio Massari (42 anni)
Ottavio Pattacini (38 anni)
Bruno Vescovi (19 anni)
Nicola Maestri, presidente provinciale ANPI Parma
Pubblicato mercoledì 16 Settembre 2026
Stampato il 16/09/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/caro-consigliere-la-storia-non-si-riscrive-si-rispetta/



