
Il 30 aprile scorso, in commemorazione della luna piena di Kason del 1388, Aung San Suu Kyi è stata trasferita dal carcere di Naypyidaw ad un’abitazione designata per scontare la pena residua. Così il comunicato della giunta militare.

Tanto sensibili alle tradizioni astrologiche, quanto avari di dati certi. Dove l’hanno messa? È in buona salute? Può incontrare qualcuno? Hanno pubblicato una sua foto, poi si è scoperto che è del 2022.
Aung San Suu Kyi ha 80 anni, la pena residua è di 23, a conclusione di un processo politico.
Cinque anni dopo il colpo di stato dell’esercito, il Tatmadaw, quando è stata messa in carcere, isolata dal mondo, quella di questi giorni è una buona notizia. Ma non basta, deve essere liberata e deve avviarsi in Myanmar un processo di liberazione, di riconciliazione e di pace.
La giunta militare è alla disperata ricerca di riconoscimento nel mondo, che stenterà a venire. I villaggi continuano a essere bombardati, la gente arrestata, circa quattro milioni di persone sono sfollate nella foresta e sui confini. Il potere politico è totalmente nella mani dell’esercito, dopo elezioni farsa, parziali, dopo l’insediamento di un Parlamento e un Governo di militari, dopo che la pubblica amministrazione è stata permeata da ufficiali dell’esercito, dopo che il capo dell’esercito si è autoproclamanto presidente della Repubblica. In un Paese nel quale i diritti umani sono totalmente violati.

Dei 60 e più conflitti nel mondo, questo in Myanmar coinvolge un intero popolo che resiste, vuole la democrazia, non ne può più dei militari al potere. Almeno il 70% del territorio è liberato, la Resistenza del NUG, il Governo di Unità Nazionale, dei gruppi etnici, del PDF, l’esercito dei ribelli, ha avviato l’amministrazione civile nei territori con scuole, ospedali sottoterra, polizia locale. Un Paese in piena transizione, al collasso economico, non rassegnato all’oppressione e alla violenza.

La comunità internazionale avrebbe molto da fare. Specialmente l’ASEAN, l’UE, gli USA, in dialogo con la Cina. Dovrebbe chiedere subito la liberazione di Aung San Suu Kyi e di tutti i prigionieri politici e l’apertura di un processo di riconciliazione.
La Cina, nei giorni scorsi, ha inviato a Naypyidaw il suo Ministro degli Esteri, Wang Yi. Pare che abbia incontrato segretamente Aung San Suu Kyi. Per la Cina lei è “una vecchia amica”. La Cina sostiene i militari, ma sa che non reggeranno. Lei può essere la chiave.
Intanto resta un ostaggio nelle mani del regime, mentre i ribelli si avvicinano alla capitale.
Quanto deve soffrire un popolo per avere la libertà, e la possibiltà di autogovernarsi?

Intanto Kim, il figlio minore di Aung San Suu Kyi, che vive a Londra, chiede di sapere dov’è sua madre, come sono le sue condizioni di salute, e una prova che è in vita.

In questi stessi giorni, in un carcere dell’Iran, si è molto aggravata Narges Mohammadi, e finalmente l’hanno portata in ospedale. Due donne, Aung San Suu Kyi e Narges Mohammadi, due premi Nobel, due vite per la libertà. Rappresentano interi popoli, in luoghi diversi del mondo.

Quando i popoli più liberi organizzeranno un antifascismo globale, e una diplomazia civile per costruire la pace, proprio là dove continuano i conflitti, le sofferenze, le resistenze?
Albertina Soliani, vicepresidene nazionale ANPI, Associazione per l’amicizia Italia Birmania Giuseppe Malpeli, presidente della rete nazionale dei musei Paesaggi della Memoria
Pubblicato martedì 5 Maggio 2026
Stampato il 05/05/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/idee/editoriali/una-luce-in-myanmar/

