Per parlare di Quand’ero Rossella di Mirella Alloisio, fresco di stampa da Manni – in un’epoca buia come questa, che pare evocare più di un tratto di somiglianza e di punti di contatto, seppur nella radicale differenza, con il 1925, data di nascita di questa donna partigiana –, bisogna partire per necessità da un’osservazione: il libro ha il grande pregio, pur non essendo stato scritto a caldo, di mantenere la stessa urgenza e la stessa freschezza comunicativa delle pubblicazioni dei lontani anni Quaranta, e tra le quali, a me, da buon genovese, vengono subito alla mente, su piani totalmente diversi, Il mio granello di sabbia di Luciano Bolis, Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino e Ponte rotto di Giovanni Battista Lazagna. Proprio Calvino aveva definito, non a caso, il libro di Lazagna un «bel diario», insistendo sulla capacità di parlare di un’esperienza ancora viva.

I partigiani sfilano a Sestri Ponente

L’urgenza e la freschezza di Alloisio non sono però quelle di lasciare una semplice traccia nel momento in cui la vecchiezza prende il sopravvento, bensì, con una scrittura dal senso profondo, di portare testimonianza attiva di un mondo e di un universo umani e peculiari: mostrare, cioè, la prima radice dell’antifascismo dei lavoratori di Sestri Ponente, vera ‘città operaia’ sul cui territorio insisteva una molteplicità di fabbriche, da quelle metalmeccaniche ai cantieri navali, ma che si estendeva ben oltre i confini del quartiere fino a Voltri, e cioè a tutta la parte occidentale della Grande Genova, quella disegnata proprio dal fascismo nel 1926.

Genova, 1965. Operai al lavoro in un cantiere navale di Sestri Ponente (Foto di Paolo Monti)

Le pagine del volume di Alloisio fanno emergere come l’antifascismo trovasse la sua base fertile e feconda in una sorta di tratto di cultura, nell’accezione antropologica, della classe sociale che a Sestri viveva e lavorava, e che andava dimostrando in ogni sua manifestazione umana tanto una profonda solidarietà di gruppo quanto un’insofferenza e una netta opposizione verso le ingiustizie e la violenza.

La costruzione del libro, che si può considerare bipartita, perché fondata su una riuscita dialettica tra i ricordi, una sorta di scrittura ‘calda’ di Alloisio, e le schede, che permettono di fissare nella linea del tempo gli eventi storici, svela immediatamente come le pubblicazioni di questo tipo non possano essere circoscritte nello spazio della memorialistica, e precisamente delle memorie autobiografiche, ma partano da lì per imbastire un discorso molto più complesso e soprattutto più collettivo.

Mussolini nel 1925

Il volume si apre con riferimenti al discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, con il quale il duce, superando la crisi, aveva preso il controllo totale del potere della nazione. La storia personale di Mirella, bambina, è la cartina di tornasole dei grandi eventi: se il nonno le spiega le intelligenti scelte politico-urbanistiche del sindaco Canepa, la separazione tra i suoi genitori le apre la dolorosa via del collegio. La forza del regime di creare intorno a sé il consenso scema e poi crolla con la guerra e le sconfitte, fino a far collassare lo Stato fascista, com’era stato conosciuto, il 25 luglio 1943: nascono Salò e la Resistenza, con i GAP, le SAP e i gruppi di resistenza della donna. Mirella sceglie di entrare proprio in uno di questi gruppi con alcune sue amiche; la lotta è dura, non mancano i pericoli, e la penna di Mirella riesce a farne un affresco efficace e puntuale. Fa parte del comitato regionale del CLN, è costretta a cambiare nome di battaglia e diventa Rossella, in ricordo dei fratelli Rosselli; scampa per un soffio all’arresto da parte delle brigate nere. Dopo i mesi più duri dell’inverno 1944-45, arriva la liberazione: e le parole di Mirella e le schede, sempre in perfetta dialettica, parlano dell’eredità e del prodotto più nobile e puro della Resistenza, la Costituzione.

Genova 1945. La ricostruzione del porto

Ora è chiaro che la voce di Alloisio, insieme alle altre miriadi di voci dei protagonisti delle pagine resistenziali, costituiscono non solo una memoria autobiografica ma la storia della Resistenza come contropotere, sì rispetto ai regimi totalitari e ai fascismi contro i quali hanno combattuto, ma anche rispetto a una storia scritta dall’alto, che implica in sovrappiù una certa retorica vuota, con lo scopo di eliminare le ragioni dei conflitti dei primi anni Venti e soprattutto di cercare di non far emergere le responsabilità dirette nella fine dello Stato liberale e nell’instaurazione di un regime violento quanto disorganizzato e impreparato alle avventure che voleva affrontare. Insomma, se si prendono in mano le narrazioni resistenziali, soprattutto quelle che per la maggior parte scelgono la struttura del diario, si nota che esse, attraverso un accurato montaggio, restituiscono in perfetta definizione la storia di un mondo, che in molti casi, anche se non esclusivamente, è quello operaio, estremamente orgoglioso della fabbrica e del lavoro fatto a regola d’arte.

Per Benjamin la capitale del XIX secolo è stata Parigi. Parafrasando il suo discorso si potrebbe dire che il mondo della Resistenza è stato “la capitale del XX secolo”

L’universo del lavoro, sotto le insegne della Resistenza, si trova fianco a fianco con quello degli studenti e degli intellettuali, dei vecchi politici prefascisti, che non avevano aderito al regime e di tutti coloro che pur avendo cercato di resistere all’ascesa di Mussolini non c’erano riusciti. Allora, per parafrasare Walter Benjamin e con l’aiuto dell’acutezza che gli era propria, si potrebbe affermare che ogni tassello è materiale che si aggiunge per produrre una sorta di mondo partigiano ‘capitale del XX secolo’; è così che tutti i diversi materiali verbali nell’unione trovano la loro forza in quanto producono il loro ‘film’ della Resistenza, quasi in presa diretta, quand’anche il contributo arrivi in differita e con un occhio cinematografico decentrato e dislocato.

Mirella Alloisio (Patria Indipendente)

Alloisio ha voluto mettere, giustamente e con cognizione di causa, la sua presenza tra queste, in modo da completare, una volta di più, un quadro – come scrive Erasmo Marrè (Minetto) nell’introduzione a Ponte rotto (edizioni Colibrì) – «che permette di guardare al fenomeno della Resistenza Partigiana come a un organico processo di sviluppo di coscienza civile; processo che muovendo da radici profonde è emerso in particolari condizioni storiche del nostro paese e si è fermato come un valore suscettibile di incidere sul nostro futuro».

Anna Magnani e Aldo Fabrizi in “Roma città aperta” di Rossellini

E proprio il montaggio delle voci dei partecipanti alla lotta della Resistenza fa comprendere come la Costituzione sia la vera prima realizzazione della cultura antropologica di cui era intrisa e di cui si è nutrita la Resistenza. E non tradire ma realizzare la Resistenza ogni giorno vuol dire realizzare la Costituzione, che mai deve rimanere fuori dagli spazi di vita sociale dello Stato repubblicano. In chiusura, mi sento di dare un ulteriore suggerimento per la completa fruizione del libro di Mirella Alloisio: guardare, o riguardare, Achtung! Banditi! di Carlo Lizzani, Roma città aperta e Germania anno zero di Roberto Rossellini e Il sole sorge ancora di Aldo Vergano.

Erminio Risso