Palazzo Montecitorio, sede del Parlamento

Ogni volta che in Italia si discute di legge elettorale, il dibattito pubblico viene ricondotto quasi esclusivamente a una domanda: quale sistema garantisce una maggiore governabilità? È una domanda legittima, ma incompleta. Prima di chiedersi quale legge elettorale produca Governi più stabili, occorre domandarsi quale idea di democrazia quella legge intenda realizzare. La legge elettorale non è una legge come le altre. È la legge che stabilisce come la sovranità popolare si trasforma nella rappresentanza parlamentare. In altre parole, è la legge che definisce il rapporto tra cittadini e istituzioni. Ridurre la legge elettorale a uno strumento di governabilità significa ridurre il Parlamento a un semplice organo di sostegno del Governo. La Costituzione repubblicana assegna invece al Parlamento una funzione ben più ampia: è l’istituzione nella quale il popolo esercita, attraverso i propri rappresentanti, la sovranità che l’articolo 1 della Costituzione gli attribuisce.

Roma, 22 dicembre 1947. Il Capo dello Stato, Enrico De Nicola, firma la Costituzione italiana a Palazzo Giustiniani. Al suo fianco, da sinistra a destra, Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, Francesco Cosentino, funzionario, Giuseppe Grassi, guardasigilli, e Umberto Terracini, presidente della Costituente

Per comprendere il significato di una legge elettorale bisogna allora tornare all’origine della Repubblica. La Costituzione italiana non nasce da una riflessione astratta di giuristi o costituzionalisti. Nasce dalla Resistenza. Nasce dalla lotta di donne e uomini che hanno combattuto il fascismo, l’occupazione nazista e ogni forma di oppressione politica, pagando spesso con la prigionia, la deportazione o la vita il prezzo della libertà. Nasce dalla consapevolezza degli orrori e dalle tragedie provocate dall’accentramento del potere nelle mani di pochi. La Costituzione rappresenta la traduzione giuridica di quella esperienza storica. I Costituenti conoscevano bene cosa significasse concentrare il potere nelle mani di pochi. Avevano sperimentato cosa accade quando vengono meno il pluralismo, il confronto democratico, la libertà politica e l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Per questa ragione la Costituzione italiana non costruisce una democrazia fondata sulla forza della maggioranza, ma sull’equilibrio tra rappresentanza, partecipazione, garanzie costituzionali e responsabilità delle istituzioni.

La Repubblica è parlamentare perché il Parlamento rappresenta la Nazione. Non rappresenta una maggioranza. Non rappresenta il Governo. Rappresenta l’intera comunità nazionale nelle sue diverse sensibilità politiche, culturali e sociali. Il Parlamento è il luogo nel quale interessi differenti, culture politiche diverse e visioni del Paese anche profondamente distanti sono chiamati a confrontarsi, discutere, mediare e costruire soluzioni condivise nell’interesse generale. Questa non è una debolezza del sistema democratico. È la sua forza. La democrazia costituzionale non nasce per eliminare il conflitto politico, ma per trasformarlo in confronto civile. Non nasce per costruire un potere forte, ma per impedire che il potere diventi incontrollabile. Non nasce per imporre una volontà, ma per garantire che ogni parte della società possa trovare rappresentanza nelle istituzioni della Repubblica. È questa la filosofia che attraversa la Costituzione.

L’articolo 1 afferma che la sovranità appartiene al popolo. L’articolo 48 stabilisce che il voto è personale, eguale, libero e segreto. Gli articoli 56 e 57 affidano ai cittadini l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. L’articolo 67 esclude il mandato imperativo, affinché ciascun parlamentare rappresenti l’intera Nazione. L’articolo 92 attribuisce esclusivamente al Presidente della Repubblica la nomina del Presidente del Consiglio dei ministri. L’articolo 94 stabilisce che il Governo entra in carica soltanto dopo aver ottenuto la fiducia del Parlamento. L’architettura costituzionale ruota dunque attorno a un principio fondamentale: prima viene la rappresentanza democratica; soltanto dopo viene la formazione del Governo.

Negli ultimi decenni questo ordine logico è stato progressivamente capovolto. Sempre più spesso la legge elettorale viene presentata come lo strumento attraverso il quale costruire artificialmente una maggioranza parlamentare. La rappresentanza diventa così un elemento secondario rispetto alla ricerca della stabilità dell’Esecutivo.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, riferisce in Parlamento sull’operato del governo (Imagoeconomica, Paola Onofri)

La proposta di legge elettorale del centro destra si inserisce pienamente in questa impostazione. Il premio di governabilità, il turno di ballottaggio nazionale, il mantenimento delle liste bloccate, le soglie di sbarramento e l’indicazione del Presidente del Consiglio non sono interventi isolati. Essi rispondono a una medesima logica: concentrare il confronto politico sulla costruzione di una maggioranza parlamentare stabile è una scelta che propone un’idea di democrazia diversa da quella delineata dalla Costituzione.

(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)
(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

Il premio di governabilità attribuisce seggi aggiuntivi all’interno di un numero di parlamentari fissato direttamente dalla Costituzione. Ogni seggio attribuito come premio è necessariamente sottratto ad altre forze politiche. Ne deriva una compressione della rappresentanza proporzionale e una alterazione del rapporto tra consenso elettorale e composizione del Parlamento.

Il turno di ballottaggio accentua ulteriormente questa impostazione. Se nessuna lista o coalizione raggiunge la soglia prevista, il confronto democratico viene ristretto a due sole opzioni. Tutti gli altri orientamenti politici vengono esclusi dalla scelta finale e milioni di elettori non possono più confermare il voto espresso al primo turno, ma sono costretti a scegliere tra due alternative oppure ad astenersi. L’imposizione dello stesso premio di governabilità in entrambe le Camere per evitare che esprimano maggioranze politiche non coincidenti costituisce un impedimento al bicameralismo parlamentare. Il bicameralismo perfetto svolge una funzione di equilibrio istituzionale, controllo reciproco e mediazione politica, rallenta il potere; costringe al dialogo, evita decisioni impulsive, impedisce concentrazioni eccessive.

Anche il mantenimento delle liste bloccate segue la medesima logica. L’elettore continua a scegliere esclusivamente il simbolo della lista, mentre la decisione su quali candidati entreranno effettivamente in Parlamento rimane affidata ai partiti. Viene così indebolito il rapporto diretto tra elettori ed eletti, che costituisce uno degli elementi essenziali della rappresentanza democratica. La scelta dei parlamentari costituisce il momento più importante dell’esercizio della sovranità popolare. Quando tale scelta viene trasferita dalle mani degli elettori alle segreterie dei partiti, il rapporto di rappresentanza si indebolisce profondamente. Il parlamentare tende inevitabilmente a dipendere maggiormente da chi ne ha determinato la candidatura piuttosto che dagli elettori che ne hanno consentito l’elezione.

Quirinale

Lo stesso vale per l’indicazione del Presidente del Consiglio nel programma elettorale. Tale indicazione non compare sulla scheda elettorale, non produce effetti giuridici vincolanti e non può limitare il potere del Presidente della Repubblica previsto dall’articolo 92 della Costituzione. Essa assume pertanto un valore esclusivamente politico e comunicativo, contribuendo ad alimentare nell’opinione pubblica l’idea che gli elettori scelgano direttamente il capo del Governo, mentre il nostro ordinamento continua ad essere fondato su una forma di governo parlamentare. La seconda parte della Costituzione fu costruita apposta per evitare che chiunque avesse troppo potere.

(Imagoeconomica, Sara Minelli)

Anche il programma elettorale meriterebbe una riflessione diversa. Milioni di cittadini votano una forza politica anche sulla base degli impegni contenuti nel programma. Eppure esso rimane privo di qualsiasi rilevanza giuridica, salvo il giudizio politico degli elettori al termine della legislatura. Sarebbe invece opportuno rafforzarne il valore sotto il profilo della trasparenza e della responsabilità politica. Infine, la proposta non affronta in modo stabile il diritto di voto degli studenti e dei lavoratori fuori sede, lasciando irrisolto uno dei principali ostacoli all’effettivo esercizio del diritto di voto da parte di centinaia di migliaia di cittadini.

(Imagoeconomica, Sara Minelli)

Naturalmente ogni Parlamento è libero di modificare la legge elettorale, ma ciò che non dovrebbe mai cambiare è la bussola costituzionale. La governabilità rappresenta certamente un valore, ma non può diventare il principio che giustifica la riduzione della rappresentanza democratica. La democrazia costituzionale non consiste nel garantire ad una parte politica il diritto di governare senza ostacoli, consiste nel garantire che tutte le componenti della società possano partecipare alla formazione della volontà collettiva attraverso istituzioni rappresentative, pluraliste ed equilibrate, per garantire che il potere decisionale sia sempre diffuso e condiviso. La Costituzione italiana non è soltanto un insieme di norme giuridiche. È un progetto di società fondato sulla libertà, sulla partecipazione, sul pluralismo e sulla diffusione del potere. Ogni riforma della legge elettorale dovrebbe essere valutata ponendosi una domanda semplice: rafforza questa idea di democrazia oppure la indebolisce?

Questa è la lezione che la Resistenza ha consegnato alla Repubblica. Ed è la lezione che la Costituzione continua, ancora oggi, a ricordare a tutti noi.

Piero Scutari, presidente ANPI città di Potenza