Sandro Pertini, prima di diventare Presidente della Repubblica (1978) è stato per due volte Presidente della Camera dei Deputati (1968-1972 e 1972-1976). Qui con Pietro Ingrao che gli succederà dal 1976 al 1979

Roma, 23 aprile 1970. In occasione del 25° della Liberazione, il Presidente della Camera Sandro Pertini pronuncia uno dei discorsi più intensi e più ingiustamente dimenticati. Forte della sua esperienza di antifascista, perseguitato politico e comandante partigiano, Pertini chiarisce con parole nette cosa significa essere antifascisti nell’Italia democratica del dopoguerra: non un nostalgico richiamo al passato, non un «vano reducismo», ma l’impegno quotidiano a realizzare il progetto di società delineato dalla Costituzione repubblicana. Un progetto fondato sul binomio inscindibile di libertà e giustizia sociale.

Matteotti, l’ultima fotografia prima dell’assassinio

Nel suo intervento Pertini richiama le parole pronunciate da Giacomo Matteotti nel suo ultimo discorso alla Camera: «Voi volete ricacciarci indietro». Con quella denuncia, Matteotti metteva in guardia il Paese contro il tentativo del fascismo di travolgere le conquiste del costituzionalismo e dello Stato di diritto. A distanza di quasi cinquant’anni, dalla stessa aula parlamentare che ora presiede, Pertini raccoglie idealmente quella testimonianza e la rilancia con forza: «Non permetteremo mai che il popolo italiano sia ricacciato indietro». Il riferimento è agli anni della dittatura fascista, alla quale lui in prima persona aveva opposto la propria lotta e il proprio sacrificio. E aggiunge: «Non vogliamo che le nuove generazioni debbano conoscere la nostra amara esperienza».

La vita di Sandro Pertini rende limpidamente il percorso umano e politico di tanti antifascisti. Incarcerato per la sua attività antifascista e persino condannato a morte, trascorre anni e anni tra prigione e confino. Nel dopoguerra è un fiero e degno rappresentante delle Istituzioni democratiche e repubblicane, sino ai più alti vertici dello Stato. Nel 1968 è eletto Presidente della Camera dei Deputati e dieci anni più tardi Presidente della Repubblica Italiana. Giuliano Vassalli, che durante la Resistenza aveva contribuito alla sua evasione dal carcere di Regina Coeli con una rocambolesca azione partigiana, celebrerà la sua elezione a Presidente della Repubblica sulle pagine dell’«Avanti!», con un articolo significativamente intitolato Dalle carceri fasciste ai vertici dello Stato.

Ciò che emerge con forza dalle parole di Pertini in quel 23 aprile 1970 è che il 25 aprile non è la celebrazione di un passato ormai concluso, ma una giornata di lotta all’insegna di un patrimonio di valori che continua a parlare al presente. Pertini affida così alle nuove generazioni la responsabilità di custodire la libertà conquistata e di renderla sempre più concreta attraverso una società più giusta. Perché “Nei giovani noi abbiamo fiducia”. Segue un discorso di straordinaria forza morale e politica. Una lezione di Storia e al contempo una testimonianza di dignità e di amore per la democrazia che, a oltre mezzo secolo di distanza, conserva intatta tutta la sua forza.

Il discorso

Antonio Gramsci

“Qui vi sono uomini che hanno lottato per la libertà dagli anni ’20 al 25 aprile 1945. Nel solco tracciato con il sacrificio della loro vita da Giacomo Matteotti, da don Minzoni, da Giovanni Amendola, dai fratelli Rosselli, da Piero Gobetti e da Antonio Gramsci, sorge e si sviluppa la Resistenza. Il fuoco che divamperà nella fiammata del 25 aprile 1945 era stato per lunghi anni alimentato sotto la cenere nelle carceri, nelle isole di deportazione, in esilio. Alla nostra mente e con un fremito di commozione e di orgoglio si presentano i nomi di patrioti già membri di questo ramo del Parlamento uccisi sotto il fascismo: Giuseppe Di Vagno, Giacomo Matteotti, Pilati, Giovanni Amendola; morti in carcere Francesco Lo Sardo e Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di prigionia; spentisi in esilio Filippo Turati, Claudio Treves, Eugenio Chiesa, Giuseppe Donati, Picelli caduto in terra di Spagna, Bruno Buozzi crudelmente ucciso alla Storta.

I loro nomi sono scritti sulle pietre miliari di questo lungo e tormentato cammino, pietre miliari che sorgeranno più numerose durante la Resistenza, recando mille e mille nomi di patrioti e di partigiani caduti nella guerra di Liberazione o stroncati dalle torture e da una morte orrenda nei campi di sterminio nazisti.

Porta San Paolo, 10 settembre 1943

Recano i nomi, queste pietre miliari, di reparti delle forze armate, ufficiali e soldati che vollero restare fedeli soltanto al giuramento di fedeltà alla patria invasa dai tedeschi, oppressa dai fascisti: le divisioni ”Ariete” e “Piave” che si batterono qui nel Lazio per contrastare l’avanzata delle unità corrazzate tedesche; i granatieri del battaglione “Sassari” che valorosamente insieme con il popolo minuto di Roma affrontarono i tedeschi a porta San Paolo; la divisione “Acqui” che fieramente sostenne una lotta senza speranza a Cefalonia e a Corfù; i superstiti delle divisioni “Murge”, “Macerata” e “Zara” che danno vita alla brigata partigiana “Mameli”; i reparti militari che con i partigiani di Boves fecero della Bisalta una roccaforte inespugnabile.

Giustamente, dunque, quando si ricorda la Resistenza si parla di Secondo Risorgimento. Ma tra il Primo e il Secondo Risorgimento protagoniste sono minoranze della piccola e media borghesia, anche se figli del popolo partecipano alle ardite imprese di Garibaldi e di Pisacane. Nel Secondo Risorgimento protagonista è il popolo. Cioè guerra popolare fu la guerra di Liberazione. Vi parteciparono in massa operai e contadini, gli appartenenti alla classe lavoratrice che sotto il fascismo aveva visto i figli suoi migliori fieramente affrontare le condanne del tribunale speciale al grido della loro fede. Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che su 5.619 processi svoltisi davanti al Tribunale speciale 4.644 furono celebrati contro operai e contadini.

Il titolo di apertura de L’Unità sugli scioperi operai del 1943

E la classe operaia partecipa agli scioperi sotto il fascismo e poi durante l’occupazione nazista, scioperi politici, non per rivendicazioni salariali, ma per combattere la dittatura e lo straniero e centinaia di questi scioperanti saranno, poi, inviati nei campi di sterminio in Germania, ove molti di essi troveranno una morte atroce. Saranno i contadini del Piemonte, di Romagna e dell’Emilia a battersi e ad assistere le formazioni partigiane. Senza questa assistenza offerta generosamente dai contadini, la guerra di Liberazione sarebbe stata molto più dura. La più nobile espressione di questa lotta e di questa generosità della classe contadina è la famiglia Cervi. E saranno sempre i figli del popolo a dar vita alle gloriose formazioni partigiane.

Onorevoli colleghi, senza questa tenace lotta della classe lavoratrice – lotta che inizia dagli anni 20 e termina il 25 aprile 1945 – non sarebbe stata possibile la Resistenza, senza la Resistenza la nostra patria sarebbe stata maggiormente umiliata dai vincitori e non avremmo avuto la Carta costituzionale e la Repubblica. Protagonista è la classe lavoratrice che con la sua generosa partecipazione dà un contenuto popolare alla guerra di Liberazione. Ed essa diviene, così, non per concessione altrui, ma per sua virtù soggetto della storia del nostro paese. Questo posto se l’è duramente conquistato e non intende esserne spodestata.

Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati

Ma, onorevoli colleghi, noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. Siamo qui per porre in risalto come il popolo italiano sappia battersi quando è consapevole di battersi per una causa sua e giusta; non inferiore a nessun altro popolo. Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che – a mio avviso – costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano.

I compagni caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento di un nobile ed assoluto disinteresse. Generosamente hanno sacrificato la loro giovinezza senza badare alla propria persona. (…)

Non permetteremo mai che il popolo italiano sia ricacciato indietro, anche perché non vogliamo che le nuove generazioni debbano conoscere la nostra amara esperienza. Per le nuove generazioni, per il loro domani, che è il domani della Patria, noi anziani ci stiamo battendo da più di cinquant’anni. Ci siamo battuti e ci battiamo perché i giovani diventino e restino sempre uomini liberi, pronti a difendere la libertà e quindi la loro dignità. Nei giovani noi abbiamo fiducia”.