
La musica è sempre stata un elemento essenziale della mia vita, perché vengo da una famiglia che era molto legata alla musica. Era la nostra vita, non avrei potuto concepire una vita senza. C’è chi ha detto che dopo Auschwitz non sia più possibile comporre musica, dipingere quadri, scrivere poesie. Ma questo proprio non è vero. Al contrario bisogna fare musica (…). La vita continua e occorre fare qualcosa perché certi crimini non si debbano ripetere. Questa è la mia filosofia, solo così posso continuare a vivere e superare quel che ho vissuto nel passato.
Esther Béjarano
Esther Loewy Béjarano, nata a Saarlouis, cittadina tedesca della Saarland, il 15 dicembre 1924 e che è mancata ad Amburgo il 10 luglio 2021, non può essere ridotta alla sola immagine di vittima della Shoah. Come sottolineato dallo storico Bruno Maida, nella prefazione al volume Esther Bèjarano. La ragazza con la fisarmonica. Dall’orchestra di Auschwitz alla musica Rap, a cura di Antonella Romeo (Edizioni Seb 27), Béjarano emerge dalle sue memorie come una donna libera, spesso dolorosamente libera, una protagonista del Novecento capace di sfuggire a qualsiasi definizione restrittiva. La sua esistenza è stata un tentativo costante di unire passioni artistiche e impegno civile, rifiutando di farsi immobilizzare dal trauma del passato e praticando quella che Maida definisce una “resistenza civile”: un agire quotidiano improntato alla testimonianza e alla divulgazione.

Azioni che sono state documentate nel volume a cura di Antonella Romeo e nel prodotto audiovisivo con intervista allegato in DVD (diretto da Elena Valsania), progetti nati dall’incontro ad Amburgo tra Bèjarano e la curatrice, a seguito di una straordinaria scoperta: un manoscritto, risalente a trent’anni prima, conservato nell’abitazione della stessa, riemerso nell’ottobre 2011.
I fogli, ingialliti dal tempo ma preservati in una bella calligrafia, vennero estratti da un armadio nella camera da letto e ricomposti sul tappeto del salotto della casa amburghese. Questo manoscritto delineava un arco temporale e tematico vastissimo che comprendeva l’infanzia e gli anni di vita prima dell’avvento della persecuzione razziale, la deportazione e la prigionia ad Auschwitz e a Ravensbrück, la liberazione, la fine della guerra e la sofferta decisione di emigrare in Palestina. E poi il ritorno, ovvero la scelta di lasciare Israele per tornare in Germania, un passaggio cruciale per la sua identità di interlocutrice che l’ha condotta al lento ma inarrestabile riprendere parte alla vita politica e artistica tra gli anni ’70 e ’80.

La transizione dalla carta manoscritta alla trascrizione integrale è stata fondamentale per preservare l’integrità del messaggio, garantendo che la voce di Esther potesse circolare senza mediazioni che ne attenuassero la forza critica. Affinché una relazione analitica mantenesse validità scientifica, infatti, la fedeltà al testo originale è stata un requisito imprescindibile. Ogni intervento arbitrario poteva rischiare di alterare la postura etica del testimone. Il lavoro editoriale condotto nel 2011-2012 ha mirato, dunque, a un restauro integrale, superando i limiti della versione parziale pubblicata dal giornalista Günther Schwarberg alla fine degli anni Ottanta. Sebbene quel primo libretto avesse un merito storico, rispondeva a logiche diverse da quelle della testimonianza politica matura. Se l’obiettivo, allora, era prevalentemente didattico, curato per la Città di Amburgo, l’edizione integrale ha rappresentato una documentazione storica completa e a supporto all’impegno civile di Esther, mantenuto nel tempo fino alla fine della sua vita.

Come racconta la protagonista, l’esperienza della propria sopravvivenza descritta come una “fortuna terribile”, è l’ossimoro che rende il senso oltremodo tragico della sua vicenda, nella cui trama la musica emerge come filo conduttore, segnando da subito molteplici destini. Quello della madre Margarethe Heymann, che da ragazza piacevolmente ascoltava musica e voleva imparare a suonare uno strumento; e quella del padre Rudolf Loewy che nel 1912, al Conservatorio di Berlino, aveva superato l’esame per diventare maestro di pianoforte. Le loro lezioni furono utili per approfondire la conoscenza tanto che, nonostante lo scoppio della prima guerra mondiale e la partenza di Rudolf per il fronte, in occasione di una licenza, nel 1916 i due si sposarono.

Al ritorno, Rudolf Loewy ottenne un posto come insegnante e cantore della comunità ebraica di Hoppstädten sul Nahe dove si trasferì tutta la famiglia, che già si era ampliata con la nascita di Gerhard, delle sorelle Tosca e Ruth, di un bambino che morirà molto presto, e infine di Esther. Nella cittadina di Saarbrücken, Rudolf ricevette un nuovo incarico divenendo cantore capo della comunità ebraica e insegnante di religione ebraica in alcune scuole superiori. La famiglia, borghese, dopo vari trasferimenti poteva permettersi un più comodo alloggio e lezioni di pianoforte per le bambine. Nei giorni di festa era di norma organizzare concerti domestici, la casa era frequentata da famosi cantanti e da personalità, il rabbino era spesso ospite durante lo Shabbath. Le bambine oltre a suonare cantavano nel coro della sinagoga diretto dal padre. La sua passione per i cori lo portò a St. Arnual, un sobborgo di Saarbrücken, per dirigere un coro operaio, esclusivamente maschile, molto numeroso. “Mio padre – racconta Esther – ricercava canti yiddish di diversi paesi. Noi cantavamo canti popolari yiddish e arie di musica classica nelle manifestazioni alla comunità ebraica”.
Il passaggio dalla normalità alla persecuzione è descritto come un progressivo restringimento degli spazi vitali, direttamente proporzionale alla pervasività del regime nazista. Alla fine del 1934 l’antisemitismo era una realtà in continua espansione. Come nel resto della Germania, poi, a partire dal 1933 si iniziò a istigare l’odio verso gli ebrei, a cominciare dai bambini a cui venne vietato di frequentare le scuole ordinarie. Esther venne trasferita alle scuole ebraiche. Anche Rudolf, dovette farsi assumere in una comunità più grande dopo l’abbandono di molte famiglie ebree emigrate altrove. Ricoprì il posto di rettore nella scuola ebraica e di cantore della comunità di Ulm sul Danubio. Tutta la famiglia dovette trasferirsi a Ulm. Nel 1937 le sorti della famiglia furono segnate dal necessario allontanamento dei figli più grandi che vennero mandati all’estero: Tosca in Palestina, Gerdi negli Stati Uniti. Dopo la partenza della sorella Ruth verso l’Alta Slesia in un campo preparatorio per l’emigrazione in Palestina, Esther rimase sola con i genitori, con la loro sofferenza e le crisi di nervi della madre.

Il 9 novembre 1938, nella cosiddetta “Notte dei cristalli” numerose squadre d’assalto devastarono negozi di cittadini ebrei, nell’intera Germania bruciavano le sinagoghe, gli uomini vennero catturati e portati in prigione, picchiati brutalmente. Rudolf, veterano della Grande Guerra insignito della Croce di Ferro, subì l’umiliazione dell’arresto da parte delle SA, che lo bollarono come “porco ebreo” ignorando le sue onorificenze. Questo evento segnò la fine del concetto di “patria” per la famiglia, rendendo definitivo il fallimento del processo di integrazione degli ebrei tedeschi. Da qui in poi, dopo sgomberi, trasferimenti, ordini perentori della polizia, la vita di Esther proseguì nell’inconsapevolezza del destino dei genitori, che conobbe solo alla fine della guerra: “Il trasporto del 25 novembre 1941 era diretto a Riga. Più di mille ebrei di Breslavia vennero portati in un bosco nei pressi di Riga. Lì furono uccisi e sotterrati in una fossa comune. Fra di loro c’erano anche i miei genitori, che allora avevano 43 e 47 anni”. Come anche della fine della sorella Ruth, uccisa con il marito dai nazisti nei pressi del confine svizzero. Il suo destino, invece, la portava ad Auschwitz, in Polonia, nel Lager Birkenau. Insieme ad altre donne le venne assegnato il compito di spostare pesanti pietre in uno stesso campo. Le SS non avevano nessuna pietà, chi si fermava veniva bastonata. La sua sorte sarebbe stata ben diversa se la musica non fosse giunta in soccorso.

La creazione della Mädchenorchester ad Auschwitz-Birkenau ha rappresentato una delle vette più sofisticate della perversione nazista. Creata nella primavera del 1943 per ordine delle SS, i membri dell’orchestra femminile erano giovani detenute, di diverse nazionalità, alle quali veniva risparmiato il lavoro regolare al posto dell’esecuzione di musica che era considerata utile nella gestione quotidiana del campo. Il reclutamento di Esther, che passò dal lavoro stremante all’orchestra, fu un evento di pura materialità tecnica. Pur non avendo mai suonato la fisarmonica, la sua formazione pianistica le permise di compiere un miracolo tattico: di fronte alla violinista e insegnante di musica polacca Zofia Czajkowska che selezionava musiciste, Esther riuscì a trovare gli accordi per Du hast Glück bei den Frau’n Bel Ami, canzonetta molto popolare all’epoca tratta dalla commedia musicale Bel Ami del regista viennese Willi Forst (1939). Oltre al coraggio, àncora fisica di quella sopravvivenza fu il Do che Esther identificò sulla tastiera della fisarmonica Hohner perché presentava una superficie leggermente ruvida, un’imperfezione del materiale che divenne la sua bussola nel caos.
L’orchestra, composta per lo più da giovanissime che avevano studiato strumenti “da salotto” come flauto, violino, chitarra e violoncello, veniva costretta a esibirsi nel fango del campo, creando un contrasto stridente tra l’eleganza del repertorio e l’orrore circostante. “Suonavamo marcette, pezzetti musicali, per esempio Les patineurs (Il valzer dei pattinatori) e altri valzer, canzoni popolari, minuetti, rondò”, racconta Esther.

Le funzioni erano diverse: scansione del tempo, attraverso marce militari per ritmare il lavoro forzato dei commando, intrattenimento degli aguzzini con concerti privati per le SS e i gerarchi, ma l’uso più criminale era far suonare all’arrivo dei treni carichi di deportati per rassicurarli e condurli senza resistenza verso le camere a gas.
Il carico psicologico era insopportabile: le musiciste suonavano con le lacrime agli occhi, testimoni impotenti dello sterminio. “Ogni giorno vedevamo cadaveri scarni distesi per strada. Molte donne erano psichicamente distrutte. Lo vedevamo al mattino: donne morte appese al filo spinato […]. Quando le persone nei treni ci passavano accanto e sentivano la musica, pensavano sicuramente che un posto dove veniva suonata della musica non poteva essere così orribile. Che peso psicologico spaventoso gravava sull’orchestra”.

La musica assumeva una natura profondamente contraddittoria. Non era mai un elemento neutro, ma oscillava tra l’essere una feroce estensione del potere nazista e un fragile scudo per l’anima dei prigionieri, creando un vero e proprio “cortocircuito emotivo”. Se, infatti, da una parte era il simbolo del potere, con il ritmo delle marce che serviva a regolare l’andata e il ritorno dal lavoro, essa rappresentava anche una “misura della possibilità di tornare alla vita”, un legame con la bellezza che quel luogo d’orrore voleva cancellare. E se suonare per prigionieri, senza energie la mattina o distrutti la sera, appariva come una beffa crudele verso l’umanità residua, suonare era anche un legame debole ma costante con il tempo passato e con la realtà che si era stati costretti ad abbandonare.

L’orchestra femminile, diretta prima da Zofia Czajkowska e poi da Alma Rosé, nipote di Gustav Mahler, che era stata la direttrice di un’orchestra di donne nella sua città natale, Vienna, fu un’istituzione del campo che accompagnò tutta la storia del Lager. Per Esther rappresentò uno “spazio speciale e protetto” le fornì le energie, soprattutto psicologiche, necessarie per non trasformarsi in una larva prossima alla morte. L’esperienza le offrì anche la possibilità di avere garantiti alcuni benefici: il legame profondo tra le donne coinvolte creò una rete di supporto umano che contrastava l’isolamento e l’indifferenza del sistema. La volontà di sopravvivere si nutriva di un risentimento condiviso e specifico contro i tedeschi; questo odio veniva trasformato in una spinta vitale per resistere. Lo status di orchestrale fungeva da scudo fisico, garantendo condizioni che la massa dei deportati non possedeva, come l’esenzione dai lavori più pesanti, o la possibilità di essere curata dal tifo addominale e dalle gravi febbri che la colpirono.
Mentre i suoi genitori e la sorella Ruth venivano uccisi, lei riuscì a scampare alla camera a gas grazie alla musica. Ecco che l’ossimoro della “fortuna terribile” si concretizzava proprio nell’esperienza salvifica dell’orchestra a contrasto con l’orrore quotidiano del Lager e con il senso di colpa per essere sopravvissuta.

Dopo Auschwitz, Esther fu trasferita a Ravensbrück, non solo per meriti musicali, ma per un’ulteriore assurdità della burocrazia razziale: era considerata “per un quarto ariana” a causa di una nonna paterna cristiana. Qui lavorò come operaia coatta per la Siemens & Halske. L’industria tedesca sfruttò massicciamente la manodopera concentrazionaria, spesso sottraendosi per anni alle richieste di risarcimento.

Ben presto si comprese che i sovietici erano in marcia verso Berlino e che la guerra per la Germania era quasi del tutto perduta. Fuori dal campo i soldati americani aiutarono un piccolo gruppo di sette donne che si era messo in marcia verso la salvezza. Tra queste Esther, a cui uno di loro regalò la sua fisarmonica. E mentre una enorme foto di Hitler bruciava a Marktplatz, tutti si misero in cerchio a ballare sulla musica prodotta da quella fisarmonica. Un’immagine che non avrebbe mai più dimenticato. La musica sarebbe stata per sempre il baricentro della sua esistenza, evolvendosi in una nuova missione.
Il percorso post lager di Esther fu segnato da profonde contraddizioni. Dopo la liberazione con l’amica Mirjam emigrò in Palestina (poi Stato d’Israele) in quel momento sotto il mandato britannico, raggiungendo la sorella Tosca con il marito. Non potevano sapere, nessuno ancora aveva contezza di quell’enormità: “Di Auschwitz, di Ravensbrück e della nostra liberazione. Tutto ci sgorgava fuori senza fine. Ma appena ci liberammo di tutto quel che si era accumulato dentro di noi, volemmo essere lasciate in pace e non parlarne più. Credo che fosse una specie di rimozione. Non volevo più pensare al passato”.

Di nuovo la musica sopraggiunse come antidoto a tutto quel male subito, e si palesò nelle fome di lezioni di canto a Tel Aviv e successivamente nell’esperienza del Coro Operaio Ron. Con questa formazione Esther poté partecipare nel 1947 al Festival della gioventù di Praga, esibendosi nella alla gara artistica e culturale tra corali formate da giovani arrivati da tutto il mondo e ottenendo il terzo premio per la straordinaria interpretazione di canti antifascisti in yiddish, russo e ebraico. Fu tale il successo che il coro venne ingaggiato per una tournée a Parigi. Per qualche tempo lavorò anche come insegnante di musica, ma troppi gli ostacoli da affrontare.

L’accoglienza, infatti, fu segnata da pregiudizi. Il trasferimento nel neonato Stato di Israele, inizialmente vissuto come un bisogno di radicamento, si rivelò problematico. Esther e il marito Nissim Béjarano si scontrarono con la strumentalizzazione politica della Shoah e subirono una dura discriminazione anticomunista. Molti sopravvissuti venivano accusati dai connazionali di aver collaborato con i nazisti per restare in vita, inoltre, lo Stato d’Israele non offrì inizialmente agevolazioni o riconoscimenti politici al ruolo dei sopravvissuti della Shoah. Così, insieme ai figli Edna e Joram, la coppia decise di andarsene anche per l’opposizione alle guerre di aggressione e alla discriminazione della popolazione araba. Queste tensioni furono all’origine della scelta di tornare in Germania: non per nostalgia, ma per una precisa scelta di valori. “La sua patria era l’insieme dei valori a causa dei quali era stata perseguitata e per i quali aveva sempre pensato valesse la pena combattere”, scrive Maida.

“Non avevo il desiderio di andarmene da Israele – racconta Esther – Era Nissim, mio marito, che voleva assolutamente andar via (…). Non voleva più partire in guerra, c’erano state molte guerre in Israele, che lui riteneva non di difesa, ma di aggressione. Non si combatteva più contro l’Inghilterra, una lotta per l’indipendenza con la quale è iniziato tutto, queste guerre erano contro i palestinesi”.

Nel 1960, la famiglia si stabilì ad Amburgo. Qui Esther si scontrò con una società che preferiva ignorare il passato. Molte alte cariche dello Stato (magistratura, polizia, scuole) erano ricoperte da ex nazisti (come Hans Maria Globke), il numero tatuato sul braccio veniva spesso accolto con ignoranza o con battute offensive, portandola a decidere di farlo cancellare (intervento eseguito da un medico arabo per evitare che fosse un tedesco a toccarlo). Di fronte al riemergere di iniziative di stampo nazista realizzò l’importanza di impegnarsi come attivista inizialmente iscrivendosi all’Associazione dei perseguitati dal regime nazista-Federazione delle antifasciste e antifascisti, per ricoprirne poi la carica di Presidente. Non solo.
“Avevo l’intenzione di raccontare ai giovani la mia storia” scrive Esther. Raccontare e cantare rappresentarono il primo tassello di un progetto educativo, didattico, di testimonianza grazie al quale venne invitata a manifestazioni politiche in diverse città. Proprio in Germania, di fronte alla ripresa di movimenti neofascisti e di una cultura di discriminazioni e violenze, Esther prese la decisione di legare indissolubilmente, in questa “terza vita”, la sua memoria di deportata all’impegno antifascista. Reagiva all’indifferenza e al riaffiorare del negazionismo con una vitalità instancabile, dedicando la sua vita alla lotta contro il neonazismo e la xenofobia.
La musica, soprattutto, tornava protagonista, nelle incisioni discografiche, nella messa a punto di concerti organizzati per tutta la Germania e poi in Europa. Inizialmente, l’ensemble Coincidence fondato nel 1988 insieme ai figli Edna e Joram, ha rappresentato il veicolo artistico con cui portare nelle piazze e nei teatri il suo messaggio di pace e di memoria dell’Olocausto.
Successivamente, il progetto Per la vita è diventato la sintesi del suo immane impegno. Il nome stesso, in lingua italiana, non poteva che sottolineare l’orientamento multiculturale dello spettacolo costruito attorno alla musica come linguaggio universale. Anche il gruppo di artisti era caratterizzato da una struttura transgenerazionale e multiculturale, con Esther Béjarano come voce e figura centrale, i figli Edna, dotata di una voce possente e Joram, bassista e tecnico del gruppo, insieme a Kutlu Yurtseven e Rosario Rossi Pennino, rapper figli di immigrati turchi e italiani. Il duo era fondatore della formazione hip-hop Microphone Mafia, nata nel 1989 a Colonia e nota per il deciso impegno sociale e politico, con testi sull’antirazzismo e sull’integrazione. Un gruppo eterogeneo, dunque, si era venuto a formare, attraverso cui creare una forte sinergia per abbattere ogni confine.
Pubblicato nel 2009, l’album Per la vita è il simbolo di una collaborazione straordinaria che ha unito l’esperienza di Esther con l’energia e i ritmi moderni del gruppo di Colonia. Il disco e gli omonimi concerti-lettura affrontavano tematiche fondamentali come l’utilizzo del linguaggio della musica rap come mezzo per avvicinare i giovani e sensibilizzarli sulla tragedia dell’Olocausto.
“Non pensavamo che avremmo fatto concerti – raccontava Béjarano -. E invece siamo sempre in giro, ci ha intervistato la BBC, sono venuti a intervistarci dall’America, dal Giappone, persino dall’Islanda”.
Nel gennaio 2011 venne organizzata una tournée anche in Italia, in Piemonte, su idea di Maria Antonia de Libero del Goethe-Institut Turin, con il sostegno di numerose istituzioni piemontesi dedite alla storia della Resistenza e della società contemporanea per incontrare scuole, istituzioni, circoli, altri testimoni, ma soprattutto giovani. Gli incontri si svolsero a Torino, al Conservatorio Giuseppe Verdi e al Teatro Vittoria, ad Alessandria al Teatro Alessandrino. Nel 2013 Esther fu di nuovo ad Alessandria, presso l’Auditorium San Baudolino, a Cuneo, al Teatro Monviso, a Torino, nell’Aula Magna del Politecnico. Nel 2014 il gruppo si è esibito a Verona (Polo Zanotto), e poi al Teatro Comunale di Ferrara.
Il programma musicale voleva rappresentare un mosaico di culture e resistenze, un repertorio multilingue volto a colpire non solo gli studenti ma un pubblico vasto e vario. Comprendeva canti della resistenza ebraica in lingua Yiddish, canzoni di Brecht nel dialetto tedesco di Colonia (Kölsch), canti anmilitaristi in lingua francese come Deserteur,
inni pacifisti di origine ebraico/israeliana, canti italiani come Avanti popolo,
Bella Ciao,
l’improvvisazione malinconica di Amore mio non piangere, canti di Theodorakis in turco, canzoni yiddish, canti dei ghetti e brani per celebrare la libertà, unendo diverse epoche di lotta contro l’oppressione. I testi e le letture testimoniavano l’importanza di battersi per l’umanità affinché simili atrocità non si ripetessero mai più. I concerti non erano eventi a sé stanti ma esperienze inserite in una dimensione umana e conviviale, fatta di discussioni politiche al fianco di figure come Carla Nespolo, di confronti e scambi con insegnanti e studenti, nei teatri, nelle università, nelle scuole. Tutto questo ha trasformato la memoria in un’azione politica vissuta e tangibile.
L’intero album:
La reinterpretazione dei brani in chiave rap puntava all’obiettivo di neutralizzare la propaganda neonazista che utilizzava ritmi incalzanti per diffondere messaggi xenofobi tra i giovani. L’adozione di linguaggi contemporanei, dal rap ma anche ai video documentari (Esther Béjarano intervistata da Antonella Romeo, regia di Elena Valsania – Edizioni SEB27), rispondeva alla necessità di dialogare con le nuove generazioni in un clima di crescente odio verso lo straniero. L’efficacia pedagogica di Béjarano è emersa nella sua capacità di affrontare temi complessi con una prospettiva unica: la sua esperienza di emigrata in Palestina e il successivo ritorno in Germania le hanno conferito una lente critica originale sul conflitto arabo-israeliano, sul ruolo della religione nella società e sulla situazione della Germania. Esther, infatti, non si è limitata a raccontare il passato, ma ha analizzato le ombre della riunificazione tedesca e i pericoli dei nuovi estremismi. Diversi i messaggi che con la musicista ha voluto diffondere: un’ideale di amore universale come superamento delle barriere linguistiche e culturali, della pace non come concetto astratto, ma come pratica di fratellanza quotidiana, a partire dall’abbattimento dei confini, simboleggiato dall’unione delle tante lingue e culture espresse dalla musica che lei ha proposto.
L’attività artistica di Béjarano non è mai stata intrattenimento, ma un veicolo di contrasto ideologico. Il suo linguaggio si è evoluto dalla fisarmonica della sopravvivenza al progetto musicale. Questo “controcanto” ha avuto come fine quello di agire come neutralizzatore della propaganda neonazista, contrapponendo alla violenza dei ritmi xenofobi una polifonia di culture e generazioni. Per questo, la produzione di Esther Béjarano non deve essere considerata un monumento statico, ma un impegno civile vivente. La sua figura, minuta ma dotata di una vitalità carismatica straordinaria all’età di 86 anni, nel momento dell’intervista raccolta dall’autrice, ha dimostrato e tuttora resta a dimostrare come la verità storica possa essere un antidoto attivo contro la recrudescenza dell’odio in Europa e nel mondo.
Il valore dell’operazione editoriale e artistica risiede dunque nell’attenzione e nell’interesse di chi legge e di chi ascolta ancora oggi Esther Béjarano. Tutto ciò non può che rappresentare il “miglior risarcimento” possibile: il riconoscimento di quella che è stata la sua missione di interlocutrice necessaria per le generazioni presenti e future. La forza della documentazione e la passione del controcanto rimangono, infatti, l’unico baluardo efficace contro la tentazione dell’oblio e la violenza dell’ideologia.
Negli ultimi anni è stata proficua la collaborazione con il jazz accordionist Gianni Coscia che l’ha accompagnata alla fisarmonica e con il quale, insieme alla chitarra e al basso di Joram Béjarano, nell’ottobre 2014, Béjarano è stata ospite a Sanremo in occasione del Premio Tenco – 38° Rassegna della Canzone d’Autore. Nel luglio dello stesso anno con i Microphone Mafia e il Coro delle Mondine di Novi si è invece esibita in una Bella ciao internazionalista al festival della Resistenza, a cura di Archivi della Resistenza Fino al cuore della rivolta presso il Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo (MS).
Tra le tante questioni poste da Esther Béjarano, e che rende la sua vicenda sempre attuale, c’è anche il tema della ricerca del proprio luogo di appartenenza.
Qual è veramente la nostra Heimat? si chiedeva: “La Germania non può ancora esserlo, perché qui circolano ancora troppi Nazis che mi fanno ricordare il passato. Israele sarebbe potuto diventarla, a condizione che israeliani e palestinesi possano vivere insieme in un unico stato. Chissà se mai lo vedrò realizzato?”
In questa intervista per Il posto delle parole, Antonella Romeo, la curatrice del volume La ragazza con la fisarmonica. Dall’orchestra di Auschwitz alla musica Rap racconta i nodi cruciali dell’esperienza di Esther Béjarano.
Chiara Ferrari, coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli; autrice del libro Le donne del folk. Cantare gli ultimi. Dalle battaglie di ieri a quelle di oggi, Edizioni Interno4, 2021; e per i tipi di Unicopli del libro appena uscito in libreria Quando la musica era anche lotta
Pubblicato domenica 4 Ottobre 2026
Stampato il 04/10/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/esther-bejarano-sopravvivere-per-diventare-voce-contro-ogni-discriminazione/




