La lapide che ricorda l’inutile fucilazione

Anno 1943. Diciassette soldati calabresi, resisi conto della disfatta, decidono di darsi alla macchia. Cinque vengono ripresi, senza alcun processo, vengono destinati alla fucilazione, solo per dare un esempio. L’esecuzione avviene il 9 settembre, quando l’armistizio è divenuto realtà e chiunque di buon senso avrebbe annullato quell’ordine.

Premessa

«Hey Hitler, gli Alleati si preparano a sbarcare in Calabria!», annuncia un capitano al generale Heinrich von Vietinghoff, comandante, dall’8 agosto 1943, della 10ª Armata tedesca in Italia. L’ufficiale alza la testa dalla mappa dell’Italia meridionale e risponde «Impossibile! È un diversivo. Il vero obiettivo è la costa di Salerno e Napoli. Ordinate alle truppe di ripiegare e attestarsi in Campania!». «Heivoll her commander».

Ha ragione. Gli Alleati hanno approvato lo sbarco sulle coste calabresi per i seguenti motivi:

  1. Permettere l’avanzata delle truppe in maniera omogenea;
  2. Non lasciare sacche di resistenza che avrebbero potuto rendere difficile le comunicazioni e il supporto logistico;
  3. Evitare che le truppe sbarcate lungo la costa campana si ritrovassero imbottigliate.

E per questo è stata approntata l’Operazione “Baytown”, la cui attuazione deve anticipare, di sei giorni, quella più importante, voluta dal Generale Marshall e da Montgomery: l’operazione “Avalanche”.

È fissata la data del 3 settembre. Il caso vuole, che lo stesso giorno, alle 17.00, l’Italia, nella persona del Generale Castellano, delegato dal Re, firmi tra i ruderi di una casa diroccata di Cassibile, cittadina in provincia di Siracusa, “l’armistizio breve” con gli Stati Uniti, rappresentati da Walter Bedell Smith.

Nelle stesse ore i soldati delle tre brigate della 1ª divisione canadese e alcuni reparti di fanteria inglese del 13° Corpo, sotto il comando del generale Miles Dempsey, s’imbarcano, in vari porti della Sicilia sud-orientale, sulle “Anatre”, soprannome dato dagli italiani ai mezzi da sbarco Duckw.

Alle 3.45 inizia un lungo bombardamento di sbarramento e di copertura, che permette ai mezzi di avvicinarsi alla costa calabra e di compiere lo sbarco alle 4.30. In breve Reggio Calabria, Villa San Giovanni, Scilla sono liberate. Mentre i comandanti entrano nelle città, ai soldati canadesi viene ordinato di dirigersi verso la Piana di Gioia Tauro e di ricongiungersi con le truppe sbarcate in zona.

La diserzione

Il 4 settembre, i genieri inglesi rimettono in funzione la pista dell’aeroporto di Reggio Calabria, permettendo ai “Martin 187 Baltimore” di bombardare i depositi tedeschi, dislocati a Gambarie. Nel frattempo, un commando inglese, appartenente al 1° Squadrone speciale, sbarca a Bagnara. Mentre avanza verso l’interno, sostiene uno scontro con un gruppo di tedeschi, appartenenti al 15° Reggimento della «Panzergrenadier», che si sta ritirando, con l’ordine di «fare terra bruciata». Il commando riesce a impedire la distruzione del paese e si dirige verso Palmi, dove giunge in serata. Immediatamente, la notizia dell’imminente fine della guerra si sparge tra la popolazione, e giunge alle varie postazioni della difesa costiera. I militari gioiscono, la guerra è finita, questione di ore, massimo di giorni e dopo si torna a casa.

L’indomani, approfittando della domenica, 19 militari, tutti calabresi, in servizio presso il 76° Battaglione di Fanteria Costiera, di stanza ad Acquappesa, in provincia di Cosenza, decidono di anticipare la fine della guerra e di tornare a casa. Escono dalla caserma, si salutano, e s’avviano verso i propri paesi di origine. Cinque rimangono uniti, sono residenti nella Piana di Gioia Tauro e decidono di fare la strada insieme.

L’unico desiderio è ritornare a casa, abbracciare le proprie famiglie e dismettere le divise per ritornare alla vita di sempre. Dopo un po’ si fermano, forse contano su un passaggio. Decisione che diverrà fatale. Infatti, oltre a rallentare la fuga, rimangono sulla strada principale, divenendo riconoscibili a causa delle divise che non riescono ad abbandonare.

Nel frattempo, qualcuno in caserma s’è accorto dell’assenza del folto numero di militari e lo segnala ai superiori. Informato, il Colonnello Remo Ambrogi fa dare l’allarme. Le squadre di ricerca partono in diverse direzioni. L’unica che ha fortuna è quella del Capitano Crucitti, che intercetta i disertori a 10 km dal paese. Camminano tranquilli, senza pensieri e senza preoccupazioni. All’arrivo dei militari tentano di fuggire, ma è troppo tardi. Vengono catturati, ammanettati e condotti in caserma in cella. Il furiere li riconosce, si tratta dei soldati Salvatore De Giorgio di Cittanova (nato il 12.12.1908), Francesco Rovere di Polistena (nato il 3.12.1908), Francesco Trimarchi di Cinquefrondi (nato il 6.10.1908), Saverio Forgione di San Eufemia d’Aspromonte (nato il 17.12.1912) e Michele Burelli di Sinopoli (nato il 16.10.1908). Sono rinchiusi in cella [1], dove attenderanno il loro destino.

Il colonnello Ambrogi, ligio al regolamento, opta per la fucilazione, ma l’intervento di altri ufficiali, consci della disfatta e dell’inutilità del gesto, soprattutto in una situazione di totale incertezza, gli creano dei dubbi riguardo alla decisione. L’intervento del cappellano militare è decisivo, poiché gli ricorda che deve informare i superiori dell’accaduto e adeguarsi ai loro ordini. Consiglio buono nelle intenzioni, tuttavia sbagliato per gli esiti. Il comandante della 227° Divisione, infatti, è il generale Chatrian [2], un uomo tutto d’un pezzo, che agisce solo secondo i regolamenti. Tanto è vero che, dalla sede del comando, collocata a Castrovillari, decide e ordina: «Fucilateli immediatamente!». Il colonnello Ambrogi predispone il plotone d’esecuzione. Interviene nuovamente il cappello militare, resosi conto dell’errore fatto nel suggerire l’intervento superiore, chiede di rinviare l’esecuzione di un giorno, per poter fornire ai condannati l’adeguato conforto.

«Un giorno! Non di più!», conclude il colonnello Ambrogi, nel timore di risultare inetto dinanzi al superiore e inadempiente degli ordini ricevuti.

Acquappesa oggi (da https://www.tripinview.com/it/places/spiaggia /57242/italy-calabria-cosenza-acquappesa)

Giunge l’alba del 7 settembre 1943 e scatta la lotta contro il tempo del cappellano militare. Appresa la notizia che gli Alleati hanno liberato, il giorno prima, Rosarno e Nicotera e che, nella notte, sono sbarcati a porto Santa Venere, nei pressi di Pizzo Calabro, ritorna dal colonnello Ambrogi e chiede la sospensione dell’esecuzione. Costui si dimostra favorevole, ma ha sempre paura di contravvenire agli ordini e teme per la sua carriera. A quel punto il cappellano decide di recarsi a Castrovillari, per conferire direttamente con Chatrian. Dopo ore di anticamera e molte insistenze, viene ricevuto. Inizia a perorare la causa dei condannati, evidenzia che «le note caratteristiche sono ottime», che hanno avuto, sempre, una condotta esemplare e non sono mai incorsi in alcun sanzione, per negligenza o infingardaggine. Sottolinea che a determinarli è stata l’avanzata degli Alleati e la liberazione di gran parte della Calabria. Sono preoccupati per i loro cari, vogliono proteggerli dalla reazione tedesca. L’esercito del Reich sta smobilitando, rabbia e rancore potranno ripercuotersi sulla popolazione. Perciò i soldati hanno deciso che fosse più giusto tornare a casa. Sentimenti quanto mai umani e comprensibili, e per questo motivo non si può punire con la pena suprema in un momento di confusione totale. Il cappellano conclude esclamando «Generale, la guerra è persa! Lo capisce?». Il generale Chatrian, vacilla, forse un barlume d’umanità sta affiorando, forse aver appreso che il più anziano dei militari è padre di un bambino di neanche sei mesi, che non ha conosciuto a causa della guerra, gli ha smosso il cuore. Ma se ciò accade, dura poco. L’ufficiale riprende il timone delle sue emozioni e voltando le spalle al cappellano risponde: «È proprio in casi come questo che ho il dovere di dare un esempio». Quindi lo congeda.

Mentre il cappellano riprende via del ritorno, il generale ordina: «Eseguire subito la fucilazione».

Ambrogi vorrebbe, ma non può. La popolazione ha appreso dell’esecuzione e nelle prime della «controra» si assiepa dinanzi all’entrata della caserma: non uscirà nessuno e non vi sarà alcuna fucilazione. Col passare del tempo gli animi diventano sempre più irrequieti, la situazione sempre più difficile, iniziano le urla, le minacce, si arriva a scagliare sassi contro i vetri della caserma. C’è aria di rivolta.

E adesso? si chiede il colonnello Ambrogi, ritrovandosi tra due fuochi. Appena rientrato il cappellano, lo convoca e lo manda dai manifestanti perché annunci che l’esecuzione è «rinviata».

Il religioso rendendosi conto che questa parola poteva innescare la miccia della rivolta nella popolazione, usa il termine «annullata». Spera di riuscire a far ragionare Ambrogi, ed evitare la sommossa. La gente rassicurata, ritorna a casa.

Il generale Luigi Chatrian, poi sottosegretario alla Difesa (da http://acs.beniculturali.it/commercio-elettronico/ prodotto/chatrian-luigi-2/)

Nel frattempo, scatta la mezzanotte di mercoledì 8 settembre 1943. Il nuovo giorno vede il colonnello più sereno e anche ben disposto a una concessione di grazia, ma alle 15.00, giunge un dispaccio, firmato dal gen. Chatrian: «Pena gravi sanzioni vostro carico datemi assicurazione entro 24 ore aver eseguito fucilazione».

I buoni sentimenti si dileguano come la neve al sole, e Ambrogi dà gli ordini per la composizione del plotone d’esecuzione; inoltre, memore delle proteste popolari, decide che l’esecuzione avvenga in un luogo appartato. Gli viene chiesto di fissare l’ora. «Il più tardi possibile», risponde vago, quasi che speri in un colpo di scena, anche se dal mattino ha fatto predisporre cinque bare.

I suoi collaboratori tornano alla carica, chiedendo, esplicitamente l’ora; il colonnello, dapprima, indica le due del mattino, poi stabilisce la mezzanotte.

Alle 19.45 avviene il colpo di scena: la radio del reggimento annuncia la firma dell’armistizio, in particolare, le ultime parole sono rivelatrici: «La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza».

La guerra è finita!, esultano soldati e ufficiali, si abbracciano, urlano di felicità e di gioia. L’incubo è finito. La notizia si sparge per le vie della città di Acquapessa e la gioia diviene collettiva.

Ma non per tutti, rimangono i disertori. Negli animi si affaccia l’idea del perdono e dell’annullamento dell’esecuzione. Non hanno però tenuto conto della paura del Colonnello, qualora non adempia l’ordine.

A confermare il triste presagio di morte è la celebrazione della messa da parte del cappellano, alle ore 20.00, con la quale tenta di allontanare l’amaro calice della condanna. Ma la Provvidenza non corre in aiuto e neanche gli uomini: il tenente Navia alle 23.00 riferisce ai superiori che il plotone è pronto e che il luogo a suo parere più adatto è dietro al cimitero; evita di perorare la causa dei condannati, alla luce delle ultime notizie. Del resto, anche il colonnello non vede l’ora di scrivere la parola fine alla faccenda, non prende neppure in considerazione la possibilità di tergiversare, nonostante il termine dato dal Comando fosse di 24 ore e ne manchino ben 16, abbastanza perché possa succedere qualcosa che cambi le sorti di quei disgraziati. Per questo ordina a Navia: «Entro un’ora devi passare per le armi quei cinque soldati disertori».

I cinque condannati vengono trasferiti al cimitero, dinanzi al mare, vicino a un vecchio olivo. Mentre il plotone si predispone, il cielo in lontananza è illuminato, non dai lampi di un temporale, ma dai traccianti che guidano le “Anatre” dell’Operazione “Avalanche”. Alla 00.05 una scarica crivella i corpi, muti i soldati hanno eseguito l’ordine. Ricompongono i corpi, qualche lacrima scende sul volto, li depongono nelle cinque casse. Quindi li seppelliscono, velocemente, non appongono alcun segno di riconoscimento. Si ritorna in caserma, si cerca di dimenticare.

Goya, “3 maggio 1808”

Falsità

Giovedì 16 settembre 1943, la notizia della morte di Salvatore De Giorgio giunge a Cittanova, e viene comunicata alla moglie Rosa Bruzzi.

Le viene riferito che è stato fucilato dai tedeschi, insieme ad altri soldati, datisi alla macchia, subito dopo l’armistizio. L’ordine è stato impartito da un certo “generale Shattriann”, che ha voluto a tutti i costi farli ammazzare, per vendicare il tradimento compiuto dagli italiani firmando l’armistizio.

La donna scoppia a piangere, incredula; pensa alle parole con le quali il marito, poco prima di partire per la guerra, l’aveva rassicurata: «vedrai, resterò poco, ho trentacinque anni, sono tra i vecchi e poi mi hanno assegnato nella Territoriale, farò qualche guardia, non vado certo in prima linea. Appena posso chiedo di essere trasferito qui in zona; sono sposato, tra poco avrò un figlio, questo almeno mi spetta». Invece, era stato ammazzato, proprio vicino casa, a guerra finita. Incredibile! Impossibile!

I giorni passano, il dolore rimane, ma proprio quando sta per farsene una ragione, la donna apprende che il marito non è stato fucilato dai tedeschi, bensì dagli italiani, che l’ordine è stato dato da un generale italiano, anche se dal cognome straniero. Il dolore viene sostituito dalla rabbia e dal desiderio di giustizia.

Ma nessuno si rende disponibile per ottenerla. Nel marzo 1945, forse grazie a una segnalazione, viene avviato un procedimento da parte dell’Alto Commissariato per le epurazioni contro il colonnello Ambrogi.

Al  termine dell’istruttoria, la Commissione chiede al Tribunale militare di Napoli il rinvio a giudizio per gli ufficiali coinvolti, dal momento che il colonnello ha tirato in ballo, non solo il generale, ma anche i sottoposti. Il Pubblico Ministero svolge, con attenzione, le indagini. Sente il generale Chatrian, il quale afferma di non aver riconosciuto la voce del maresciallo Badoglio, e inoltre dichiara che la “Memoria 44 op” era pervenuta solo l’11 settembre. (La “Memoria 44 op” è il documento diffuso dal Comando supremo italiano il 2 settembre ’43 con le disposizioni per i comandi superiori delle forze armate sull’atteggiamento da tenere verso i tedeschi che, in conseguenza dell’armistizio, da alleati si sarebbero trasformati in potenziali nemici).[3]

Inutili le proteste del colonnello Ambrogi: dinanzi alla Corte ribadisce di aver eseguito gli ordini impartiti dal generale. Al termine dell’istruttoria, Chatrian viene prosciolto, mentre il colonnello è rinviato a giudizio per omicidio colposo. Usufruisce in un primo momento della concessione dell’amnistia.

Il Pm s’appella in secondo grado. Ma mentre la sentenza nei confronti del colonnello Ambrogi viene confermata, Chatrian viene prosciolto perché in quel periodo riveste la carica di sottosegretario alla Difesa e la Camera non concede l’autorizzazione a procedere.

Epilogo

Gli altri quattordici soldati datisi alla macchia, in base alle dichiarazioni di Ambrogi vengono assolti poiché scrivono i giudici «L’assenza dal servizio alle armi rientra nel quadro disastroso del generale sbandamento che avvenne a seguito degli eventi bellici verificatesi nel settembre del 1943. […] In quei momenti ed in quelle circostanze quel fatto non può costituire un reato».

Rimanevano i cinque morti senza giustizia. La moglie del soldato De Giorgio non s’arrende, conosce la signora Tarsitani, originaria di Cittanova e moglie di un alto funzionario del Ministero della Difesa, addetto proprio alle pensioni di guerra. Le racconta la sua triste storia, l’ingiustizia subita e la donna prende a cuore la sua situazione, racconta partecipa la vicenda al marito, che la mette in contatto con il senatore Domenico Schiavone, Dc, che, dopo aver studiato il caso, imbocca senza esitazioni la via della giurisdizione amministrativa attraverso la Corte dei Conti. Nel 1957 inizia la disamina delle informazioni e si forma il fascicolo. Si deve attendere il 4 aprile 1968 per la sentenza, con la quale si riconosce alla moglie il diritto di percepire la pensione di guerra. La Corte considera la fucilazione di De Giorgio e dei suoi quattro commilitoni «un gravissimo errore» e valuta l’ordine di fucilazione «un atto illegale grave». Dichiara poi, ribaltando tutte le precedenti considerazioni, che «la morte del soldato Salvatore De Giorgio verificatasi in data 8 settembre 1943 è avvenuta per cause dipendenti da servizio di guerra».

Non è un escamotage giuridico per consentire alla moglie di percepire la pensione, ma il riconoscimento dell’errore commesso dai comandi militari, commesso per viltà e ottusità mentale.

Stefano Coletta, professore di storia


Per saperne di più:

  • https://www.eleaml.org/ne/storia/ao_acquappesa_dopoguerra_calabrese_2013.html
  • https://mediacalabria.it/leccidio-di-acquappesa-dell8-settembre-1943/
  • Sciacca G., Vittime di guerra. La fucilazione di Acquappesa 9 settembre 1943. dramma in atto unico, Aglampi, 2017.

[1] Secondo Salvatore Brusca, autore del volume «Acquappesa 8 settembre 1943: Da questi Italiani non me l’aspettavo», i disertori vengono rinchiusi, sin da subito, nella cappella del cimitero del paese  (https://www.eleaml.org/ne/storia/ao_acquappesa_dopoguerra_calabrese_2013.html)

[2] Luigi Chatrian (Aosta 7 novembre 1891 – 22 settembre 1987), laureato in giurisprudenza, diviene generale dell’esercito, quindi deputato alla Costituente e nella I Legislatura. Nel 1937, ottiene il comando della Scuola Militare della “Nunziatella” di Napoli, incarico che mantenne fino all’entrata in guerra dell’Italia. Successivamente ricoprì diversi incarichi operativi. Fu poi chiamato da Bonomi come sottosegretario al ministero della Difesa, confermato anche da Parri e da De Gasperi fino a dicembre 1947. Eletto alla Costituente nelle file della Democrazia Cristiana, si batté per l’autonomia della Valle d’Aosta appoggiando le posizioni di Federico Chabod. Rieletto nel 1948, venne nominato Presidente della Commissione Difesa. Alla fine della legislatura si ritirò a vita privata.

[3] L’on. Corona, nel suo libro La verità sul 9 settembre, editrice l’Avanti, Roma 1945, afferma di essere riuscito a ricostruire il contenuto della «Memoria 44» tramite un o.d.g. del gen. Lerici, comandante del IX Corpo d’Armata, emesso il 5 settembre. Tra i sette punti che, sempre secondo Corona, erano indicati nel predetto documento segreto, c’erano l’obbligo di assicurare i collegamenti e poi un’indicazione criptica e contraddittoria «sono prevedibili azioni delittuose dei comunisti in accordo coi fascisti». L’ordine del gen. Lerici spiegava, con una nota in calce, «comunisti significa tedeschi».