L’articolo 11 della Costituzione non è un caso e neppure una disposizione di politica internazionale collocata tra i principi fondamentali della Repubblica. Dietro quelle specifiche parole c’è una storia, una discussione e uno scambio preciso di idee; c’è soprattutto una generazione di uomini e donne che aveva conosciuto la guerra. Quando l’Assemblea costituente discusse quella che sarebbe diventata una delle formulazioni più riconoscibili della nostra Carta, l’Italia usciva da una catastrofe, usciva da una dittatura, aveva condotto guerre coloniali e di aggressione, era entrata nella Seconda guerra mondiale accanto alla Germania nazista ed era stata sconfitta, occupata e attraversata da una guerra di Liberazione che aveva sconvolto l’intero Paese e coinvolto ampi settori della società italiana.

La nuova Repubblica doveva ricostruire non soltanto le case, le strade e le istituzioni: doveva ricostruire una credibilità, doveva dire agli italiani e al mondo che un’altra Italia era possibile. Il primo progetto parlava di un’Italia che «rinunzia alla guerra». Durante i lavori dell’Assemblea si arrivò a una parola assai più forte: «ripudia». Il 24 marzo 1947 Meuccio Ruini spiegò che «condanna» avrebbe avuto un significato prevalentemente etico, mentre «rinunzia» avrebbe potuto far pensare alla guerra come a un diritto al quale lo Stato decideva semplicemente di rinunciare. «Ripudia» teneva insieme rinuncia e condanna. Quella disposizione doveva rappresentare la più netta antitesi al passato di aggressione e conquista.
Una generazione attraversata dalla guerra
Prima ancora della Costituzione, quella trasformazione era avvenuta nella vita di migliaia di italiani. Primo Mazzolari ne rappresenta un esempio straordinario: sacerdote, cappellano militare, antifascista e partecipe della Resistenza; attraversò le grandi fratture del Novecento. Il suo pacifismo non nacque fuori dalla storia, ma dentro di essa. Nel 1955 pubblicò Tu non uccidere, conclusione di una riflessione iniziata molto prima e già presente in uno scritto del 1941 sulla liceità della guerra. Arrivò ad accusare non questa o quella guerra, ma il meccanismo attraverso il quale gli uomini riescono a giustificarla. «La guerra non è soltanto una calamità, è un peccato», scriveva.
La sua era una posizione cristiana e non coincideva con il dettato giuridico della Costituzione. Sarebbe errato trasformare Mazzolari in un padre dell’articolo 11. È però altrettanto sbagliato considerare la sua riflessione estranea al clima umano e culturale di quella stagione. Nel mondo cattolico italiano, mentre la guerra era in corso, maturavano domande radicali sullo Stato, sulla persona, sul bene comune e sull’ordine internazionale.

Nel luglio del 1943, a Camaldoli, un gruppo di giovani studiosi provenienti dall’ ICAS, dalla FUCI e dal Movimento laureati di Azione Cattolica lavorò a quella che sarebbe diventata una delle più importanti elaborazioni del cattolicesimo democratico del dopoguerra. Il Codice di Camaldoli non fu il progetto della Costituzione, fu però uno dei luoghi nei quali una parte del cattolicesimo italiano cominciò a interrogarsi sul dopoguerra. Una generazione era entrata nelle guerre credendo che talvolta potessero essere necessarie e ne usciva chiedendosi se l’umanità fosse capace di costruire strumenti differenti.
Pertini e la guerra vista da dentro

Anche la storia di Sandro Pertini racconta molto di questo cammino. Quando l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale, il giovane Pertini, vicino al socialismo riformista, era stato segnalato per le sue posizioni neutraliste. Chiamato alle armi, combatté comunque come ufficiale sul fronte dell’Isonzo.
Molti anni dopo avrebbe raccontato a Oriana Fallaci che, pur avversando quella guerra, vi si comportò «con grande senso di responsabilità». Ricordò anche un episodio della Bainsizza: davanti a un soldato nemico che gli si presentò con il volto sfigurato, decise di buttare via il caricatore della propria arma e non lo rimise più.

Questo vissuto però non rese Pertini un uomo estraneo al conflitto: fu protagonista della Resistenza, uno dei dirigenti della lotta di Liberazione. È proprio questa apparente contraddizione a renderlo interessante. La generazione che avrebbe costruito la Repubblica non era composta da uomini che non avevano mai combattuto; anzi conoscevano la guerra da vicino: la retorica e il fango, l’eroismo e la paura, la disciplina e la morte. Molti avevano visto lo Stato fascista trasformare la violenza in politica, l’aggressione in prestigio nazionale, la guerra in destino.
Una radice plurale: dalla Resistenza alla Costituente

La Resistenza fu eterogenea: comunisti, socialisti, cattolici, azionisti, liberali, monarchici, militari e persone senza appartenenza politica combatterono per ragioni non sempre coincidenti e immaginarono anche Italie differenti. Dal loro incontro, e poi dal compromesso costituzionale, emerse però una convinzione comune: l’Italia nuova non avrebbe dovuto riprodurre l’Italia che l’aveva preceduta. In questa storia Giuseppe Dossetti ha un ruolo particolarmente importante. Cattolico, antifascista, partigiano e costituente, nella Prima Sottocommissione fu relatore sui rapporti dello Stato con gli altri ordinamenti. Il 3 dicembre 1946 venne discusso un suo articolo che conteneva già i due nuclei destinati a sopravvivere nel testo definitivo: la rinuncia alla guerra come strumento di conquista o di offesa alla libertà degli altri popoli e le limitazioni di sovranità necessarie all’ organizzazione e alla difesa della pace. Dossetti chiarì che «organizzazione della pace» non significava soltanto evitare la guerra. Indicava qualcosa di positivo: una collaborazione internazionale orientata al bene comune. È un passaggio decisivo, perché mostra che la pace, già nella prima elaborazione dell’articolo, non veniva pensata come semplice assenza di combattimenti.

Ma l’articolo 11 non appartiene a Dossetti, né al cattolicesimo democratico, né a una sola cultura politica. La sua forma definitiva nacque da un’elaborazione collettiva della Costituente, attraverso il confronto tra culture cattoliche e laiche, socialiste, comuniste, liberali e azioniste. Il ripudio della guerra divenne così una delle forme della discontinuità storica con il fascismo, insieme alla centralità della persona, ai diritti sociali, alla democrazia rappresentativa e al rifiuto dello Stato totalitario.
Alla guerra, un’architettura
L’articolo 11 non termina con «l’Italia ripudia la guerra». L’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento capace di assicurare «la pace e la giustizia fra le Nazioni» e si impegna a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte a questo scopo. È per questo che dovremmo tornare a leggere con maggiore attenzione l’articolo: i costituenti indicarono ciò che avrebbe dovuto costruire. Alla guerra veniva contrapposta un’architettura: diritto internazionale, cooperazione tra gli Stati, organizzazioni internazionali, limitazioni della sovranità, diplomazia. Non assenza di conflitti, ma un ordinamento capace di impedire che il conflitto abbia necessariamente come esito la guerra.
Le guerre non cadono dal cielo
Quasi ottant’anni dopo, il problema si ripresenta sotto forme differenti. Eppure, non siamo ancora in grado di mettere in discussione la “ragione bellica”, quella disposizione culturale che tende a presentare la guerra come un fatto inevitabile della natura umana, mentre la pace appare fragile, ingenua o eccezionale. Le guerre non sono solo il prodotto della follia improvvisa di un uomo al comando, bensì il risultato di una filiera di decisioni politiche, economiche e culturali. Prima della guerra combattuta c’ è spesso una guerra che è stata resa pensabile, accettabile e infine inevitabile. Così ridurre tutto alla follia di pochi può persino deresponsabilizzarci.

Così la pace non può essere affidata soltanto alla speranza che nessuno prema il grilletto. Richiede istituzioni capaci di comporre i conflitti, diplomazia, diritto internazionale, luoghi di negoziato, cooperazione tra gli Stati. Richiede, in altre parole, quella stessa architettura che i costituenti provarono a inscrivere nei principi fondamentali della Repubblica.
Ripudiare significa agire

Il significato più attuale dell’articolo 11 non consiste semplicemente nel ripetere che «l’Italia ripudia la guerra». Il ripudio non è soltanto un sentimento morale. Nella Costituzione diventa un indirizzo politico e istituzionale: obbliga a interrogarsi sugli strumenti attraverso i quali la Repubblica contribuisce alla pace e alla giustizia tra le Nazioni. Quelle parole vengono da cattolici e laici, socialisti e liberali, comunisti e democratici cristiani; da uomini che avevano combattuto e da uomini che avevano rifiutato di combattere; da partigiani, perseguitati, reduci, esuli. Non tutti avevano la stessa idea della pace e non tutti sarebbero diventati pacifisti. Non tutti attribuivano alla guerra lo stesso significato. Ma proprio da quella pluralità uscì una Repubblica che decise di usare una parola inequivocabile: «ripudia».

Oggi riaffermare la centralità dell’uomo e della pace significa forse partire nuovamente da lì, non dalla convinzione ingenua che il conflitto possa scomparire dalla storia, ma dalla consapevolezza che il conflitto non deve necessariamente diventare guerra. Significa non considerare naturale ciò che naturale non è; restituire spazio alla diplomazia quando sembra impotente, al diritto internazionale quando viene violato, alle istituzioni internazionali quando appaiono deboli, al dialogo proprio quando sembra più difficile. L’articolo 11, letto per intero, non ci consegna soltanto un divieto, anzi ci consegna una responsabilità, perché la pace, come la guerra, è fatta dagli uomini.
Luciano Zerega, presidente Sezione ANPI “Alunni e Brecciaroli”, Ciampino
Pubblicato martedì 20 Ottobre 2026
Stampato il 20/10/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/finestre/non-a-caso-scrissero-ripudia/


