
L’intelligenza artificiale (AI) non è il più recente esito del continuo progresso tecnologico e scientifico ma è un cambiamento fondamentale nella struttura, nella concezione e nella determinazione della conoscenza umana.

Filosofi, scienziati, imprenditori si stanno interrogando su caratteristiche ed effetti della AI. Papa Leone XIV ha promulgato l’Enciclica Magnifica Humanitas, il Presidente Mattarella si è già espresso più volte, alcuni governi e l’UE stanno lavorando a nuovi sistemi di regolamentazione della materia.

Ci sono molti fattori critici nelle risposte finora tentate: la difficoltà oggettiva del tema, la velocità dei processi in corso, la strapotenza finanziaria delle imprese d’avanguardia, la determinazione – si potrebbe dire la sfrontatezza – con la quale imprenditori-filosofi (nuova categoria ma fa parte della sfrontatezza) elaborano teorie sull’umano fino al territorio delle religioni.

Ma forse il fattore critico determinante è quello della concentrazione del potere e del denaro che a ogni passo viene esibito, come causa e come effetto al tempo stesso, l’idea del progresso senza limiti. Diceva un grande filosofo che dentro di lui c’era la legge morale e sopra di lui il cielo stellato, cioè etica e scienza: la nostra è purtroppo l’epoca in cui il presidente della più grande potenza militare pone la sua personale coscienza come limite morale a sé stesso. Quanto al cielo, lo si guarda come il nuovo luogo del dominio per chi se lo potrà permettere. E tutti insieme spronano gli scienziati a prolungare la (loro) vita fino a 150 e più anni.

Lasciando da parte questi aspetti invero un po’ deliranti (ma i mostri escono dal sonno della ragione), guardiamo agli aspetti concreti e reali. Il punto centrale è che la AI rappresenta uno straordinario salto di qualità nella struttura dei poteri reali e dunque della stessa democrazia.

L’enorme capacità di elaborazione di dati; la conseguente possibilità di derivarne potenti strumenti di condizionamento dal piano commerciale a quello propagandistico a quello ideale e politico; la concentrazione di poteri che ne segue senza alcuna forma di controllo; la stessa prevalenza delle preoccupazioni del controllo dal solo punto di vista societario e finanziario; i pesanti effetti sul piano dell’uso civile e dell’uso militare della elaborazione dei dati e la previsione dei comportamenti umani; tutto questo mette in luce il carattere pervasivo e potenzialmente illimitato delle conseguenze.

Dunque, la questione riguarda le fondamenta in termini di valori, principi e strutture dei nostri sistemi. Invece delle giaculatorie sulla comunanza di valori, sulle alleanze incrollabili e via dicendo, dovrebbe essere da tempo aperta una grande discussione su molti piani diversi ma da rendere coerenti e convergenti. Perfino l’attuale livello di contrasto tra Paesi riproduce schemi antichi che, nemmeno più adatti alla polemica di breve corso, mettono in luce i ritardi e le debolezze di gruppi dirigenti inadeguati ai compiti che spetterebbero loro.

La UE che eccede in regolamentazione ma limita la creatività, gli USA che fanno il contrario lasciando spalancate le praterie alla logica del più forte scorridore, i grandi riarmisti che vedono l’esplosione degli affari e nemmeno si accorgono che decideranno sempre meno perfino in materia militare: quando Elon Musk ha sospeso l’uso dei satelliti, l’Ucraina ha passato una fase di estrema difficoltà nel difendersi. E non parliamo dei sistemi di spionaggio – industriale, militare, politico – e della creazione di vaste aree di false notizie e ancor più false documentazioni.

È del tutto legittimo chiedersi perché l’ANPI debba interessarsi a questo livello di problemi: in senso stretto, né sotto il profilo della competenza e conoscenza di merito, né sotto quello normativo, né sotto quello produttivo l’ANPI sembra avere titolo se non sotto il generale profilo del dibattito culturale. Vale per la AI – e vale in generale per ogni questione di rilevante peso – il fatto che l’ANPI si impegna sulle questioni che incidono sui livelli reali dell’esercizio dei diritti fondamentali.

In relazione alla AI, il punto di vista dell’ANPI deve essere che si pone essenzialmente una grande questione di libertà, su molti piani diversi.
Libertà in primo luogo dei dati che sono personali e dunque fanno parte integrante della sfera di libertà e personalità di ciascuno. Già molto, ogni giorno viene regalato, con il solo uso dei mille e mille canali che l’informatizzazione spinta ha creato e da cui siamo dipendenti. Le finalità della AI e il suo carattere generativo moltiplicano all’infinito questo processo di appropriazione e anzi su questo si fondano.

Libertà nel senso del condizionamento verso la formazione delle idee, dei valori e fino ai comportamenti individuali e collettivi. Se mi rivolgo alla AI anche per consigli sulla vita quotidiana e sulle relazioni con altre persone, progressivamente sposto verso un meccanismo automatico, capace di velocità e quasi ubiquità nemmeno immaginabili le scelte più delicate e personali – ciò che è ancora più grave – il tipo di domande che faccio definiscono il mio profilo personale che confluisce nel formare serie statistiche che orienteranno a loro volta le risposte ad altri utenti, dalla Lapponia al Madagascar al vicino di casa.

Libertà nel senso di conoscere e governare i processi di sviluppo, affidati da un lato ad automatismi ignoti nella struttura e nell’orientamento (gli algoritmi di autosviluppo) e dall’altro affidati alla “macchina”, non conosciuti e non conoscibili dall’uomo, cioè nemmeno dal matematico raffinato che in origine ha studiato gli algoritmi di funzionamento.

Libertà, da ultimo, nella sfera della sicurezza, per il crescente impiego negli scenari di guerra e nella previsione dei reati. La AI analizza il campo di battaglia, “vede” le truppe in campo, analizza la direzione delle minacce e stabilisce come reagire: la sua incredibile velocità fa sì che nessuna azione umana possa frapporsi nel processo di selezione/analisi/decisione. Il computer decide, il drone spara, fine della storia e probabilmente anche di qualche decina di persone vicine all’obiettivo ma giudicate ininfluenti rispetto al compito richiesto alla AI di risolvere la minaccia “per come l’ha vista e valutata”.

Libertà anche nel senso di chi come e perché alimenta i sistemi di AI e li rende sempre più abili ed efficienti. Alimentazione è il “caricamento” di dati, da quelli minuti e quotidiani – come si è detto – a quelli di sistema, cioè l’insieme di esperienze, riflessioni, acquisizioni che il genere umano e i sistemi naturali hanno accumulato nel tempo. Se vogliamo, possiamo dire “tutto”. Ma cos’è questo tutto? non è scontato, neutrale, oggettivo. C’è un vecchio motto dell’informatica, garbage in, garbage out: se metto spazzatura, esce spazzatura – bella, pulita, ordinata ma spazzatura. La AI ha lo stesso problema: se – esempio paradossale – la alimento con le opere di Vannacci, avrò risposte “alla Vannacci”, perché questa sarà l’esperienza che conosce e continuerà ad elaborare risposte in base a quella esperienza e alle serie statistiche che ne ricava.

E poi vi è tutta la sfera dei poteri, questo sì è il tema vero della sovranità: i sistemi di AI sono sistemi di proprietà privata, di giganteschi soggetti industriali e finanziari molte volte più grandi di numerosi Stati sovrani, a partire dai centri di raccolta, alimentazione ed elaborazione dei dati e soprattutto gli stessi Stati non sono ad oggi in grado di conoscere né controllare i processi di alimentazione ed utilizzo. Non solo si aprono delicati problemi di condizionamento dei soggetti privati su quelli pubblici ma anche l’apertura di contrasti di nuovo tipo negli Stati e tra gli Stati. Finora si è ragionato – e non sempre adeguatamente – sul supporto alle decisioni dato dalle tlc o dal digitale: con la AI il tema è quello di determinare le decisioni.
Non sono temi da scienziati o finanzieri: quando sono in discussione i principi e le condizioni materiali della democrazia sono temi di tutti.

Abbiamo fatto una serie di esempi rispetto ai fattori negativi e particolarmente problematici. C’è poi tutto il campo dell’uso positivo e orientato ad accrescere le capacità – individuali e collettive – di ricerca e di conoscenza. Come è successo in tutta la storia dell’umanità, ogni progresso ha aperto strada e porte ad altri ulteriori progressi. Lo sviluppo che la AI può dare – e anzi sta già dando – nel campo scientifico è vastissimo e potenzialmente impressionante, sul piano della conoscenza, della cura, della velocità e precisione di tanti interventi in ogni campo. Si può pensare a rinunciare a questi effetti positivi?

È qui, tra l’altro, che si pone l’interrogativo più di fondo che ha esplicitato Papa Leone XIV, quello sull’uomo e sul principio del limite: in modo diverso il pensiero religioso e quello laico riconoscono qui il cuore del problema della modernità, se non addirittura alla radice della nostra civiltà, ma che in tempi e modi differenti si propone al filosofo, al prete, allo scienziato, al politico, alle donne ed uomini concreti, quali che siano l’età, la condizione.
Questi sono problemi di libertà in un senso più sottile e complesso, perché si tratta di affrontare il tema della libertà di insegnamento e ricerca, della selezione dei testi e dei processi formativi ed educativi, dell’orientamento e delle finalità della ricerca, del rapporto tra etica pubblica e sfera della scienza e della tecnologia. Temi niente affatto nuovi, basti pensare al dibattito ormai quasi centenario sulla bomba atomica, opportunamente rilanciato dal magnifico film Oppenheimer. Anche in questa prospettiva, velocità e potenza del mezzo fanno la differenza.

Nella scuola, perché occorre imparare l’uso delle tecnologie e della scienza tenendo in primo piano la crescita autonoma dei ragazzi, la loro capacità di discernimento che va sollecitata e sostenuta. Nel lavoro, perché l’impatto su un numero ampio di professioni tende ad essere rilevante. Nelle relazioni tra le persone, perché è già oggi un problema serio l’atomizzazione dei comportamenti e con l’abbassamento delle relazioni civili. E nelle grandi scelte di governo: regole di gestione di tutto il processo industriale, decisioni in ordine alla autonomia nazionale e – viste le dimensioni – certamente di livello europeo.

A fronte di tutto questo, colpiscono l’insistenza con la quale il Presidente della Repubblica si è pronunciato e l’ampiezza e la portata delle riflessioni del Papa Leone XIV, per la lucidità delle loro riflessioni e per il singolare contrasto con il silenzio o quasi sia del mondo della politica (italiana e non solo: ad oggi il solo Sanders ha avanzato qualche prima proposta concreta) sia della comunità intellettuale diffusa.

Prevalgono gli allarmismi, si manifesta il riflesso – condizionato da lunga negativa esperienza – del timore per l’occupazione ma per gli effetti sulla organizzazione del lavoro, delle catene di produzione, dello spiazzamento professionale e degli effetti di sostituzione siamo molto agli inizi.

Campo difficile? Richiede competenze e conoscenze tecniche non proprio diffuse? Anche, ma questi sembrano più alibi che argomenti: l’informatica abita stabilmente da noi ormai da 30 anni, la digitalizzazione da almeno 10, “tutti” stanno sui social con video e faccette ma imparare e capire è un’altra cosa, anche se si hanno due telefonini ultimo modello in tasca. In Cina hanno appena varato un programma nazionale di educazione musicale con il supporto AI in tutte le scuole del Paese, per elevare il grado di preparazione umanistico dei ragazzi. Negli USA, pur con l’ideologia che la mano libera del mercato e delle imprese risolverà tutto e con la filosofia reazionaria del potere tecnocratico, qualche idea su meccanismi di controllo pubblico sta facendosi spazio ma certo sempre pensando che l’uomo è un mezzo da sfruttare e non un fine per cui la società debba impegnarsi.

Non si vede in Italia chi si senta di prendere in mano la questione e ciò ha una logica, a guardare bene: siamo dinanzi ad uno di quei passaggi in cui bisogna inventare e sperimentare, capire e far capire. Già siamo uno dei Paesi messi peggio quanto ad analfabetismo funzionale, figuriamoci con l’esplosione della AI!

Eppure potremmo… Ci sono forze, intelligenze, competenze scientifiche di altissimo livello cui chiedere di contribuire anche al di là delle funzioni che svolgono: ciò che pare mancare è un principio di organizzazione intorno al quale disporre forze, avviare azioni, sperimentare e discutere. MI sembra questo il campo del presente/futuro nel quale si sente maggiore urgenza di dare corpo e sostanza alle grandi parole di libertà, consapevolezza (Papa Leone la chiama discernimento ma quella è), limite (alla onnipotenza della tecnica e della scienza), bene comune… Torno al punto cruciale: quale persona vogliamo?

C’è un pensiero laico, democratico, che si voglia misurare con questi temi? C’è un ambito politico che pensi a stabilire le necessarie connessioni con i processi giuridici e di governo necessari? Che voglia affrontare il nodo fondamentale delle risorse necessarie, dell’equilibrio con l’ambiente già per suo conto in crisi (energia, acqua, localizzazioni…). In questi giorni si è espresso Achille Occhetto: novant’anni passati a praticare una politica che si misura con i processi reali e che cerca di trovare risposte che spostino avanti il livello della civiltà complessiva, che cerca di rispondere alle domande di senso e non solo a quelle di utilità che sono – guarda il caso – esattamente quelle che travagliano tutte le generazioni attuali, non solo quelle più giovani (e tanti pensano invece che questo sia il problema giovanile…salvo poi declinarlo come urgenza di aver il mutuo per la casa o il luogo dove socializzare con i coetanei…).

Nel passato non ci sono risposte: semmai non pochi errori da non ripetere, siamo pur sempre il Paese che ha stroncato Mattei e la politica energetica, Olivetti e quella informatica, da cui sono scappati fisici e biologi da Nobel. Ci sono valori generalissimi e per questo sempre validi ma come è noto la difficoltà – come le differenze e gli ostacoli – è quella di renderli materiali e concreti ad ogni livello dato di sviluppo sociale e culturale. Tuttavia questo è il campo sul quale ci troviamo e non è data scelta diversa da cercare di starci in coerenza con – appunto – quei principi generalissimi e assumendo l’impegno di costruirne la concretezza nel tempo nuovo e per quello che verrà.

Proviamoci. Si tratta di operare su un triplo registro.
Il registro delle libertà, perché l’uomo è un fine e non un mezzo e la scienza deve camminare a fianco dell’etica: illuminismo laico, scienza positiva, umanitarismo religioso sono sfidati e possono costruire insieme la risposta necessaria sul piano della costruzione delle idee e della loro riproduzione e diffusione. Questo apre il capitolo amplissimo e complicato del sistema dell’istruzione e della formazione, a tutti i livelli: ma non credo debba passare ancora altro tempo senza fare di questo ambito il più delicato, importante ed urgente campo di impegno per una nuova Italia democratica, quello da cui dipende se non tutto, certo gran parte delle condizioni generali del Paese. Se non ne fossimo convinti noi per scelta autonoma, sarebbe sufficiente vedere impegno e determinazione del governo di destra.

Il registro delle norme civili, perché lo Stato deve riaffermare – in cooperazione con altri – il primato della politica, dell’autonomia delle scelte e della loro revocabilità e insieme anche le misure di politica industriale e della ricerca proprio a salvaguardia della sovranità e indipendenza, prendendo in esame, tra l’altro, l’opportunità di nuovi orizzonti anche in ordine alle imprese pubbliche.

Il registro della cooperazione internazionale: primi obiettivi possono essere il sostegno alla costituzione di un CERN per la AI, aderendo nelle forme e modalità opportune al Manifesto di Bologna promosso qualche mese fa da un importante gruppo di scienziati su iniziativa tra gli altri di Gorgio Parisi, e una grande campagna per l’esclusione dall’uso militare, insieme ad una non rinviabile discussione pubblica sul mutamento della natura della guerra in base allo sviluppo di nuovi sistemi di armamento, tanto più avendo smantellato ampia parte dell’apparato di controllo e riduzione degli armamenti della fase storica precedente (ma non certo distruggendone o non utilizzandone le armi!). In questo modo si darebbe anche nuova concretezza all’impegno per la costruzione della pace.
Alessandro Pollio SAlimbeni, vicepresidente nazionale ANPI
Pubblicato mercoledì 15 Luglio 2026
Stampato il 15/07/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/idee/editoriali/luomo-lalgoritmo-il-potere-lanpi-e-la-sfida-dellai/







