Violeta Parra

Alcuni sostengono che sia di cattivo gusto mettere un articolo davanti al nome di una persona. Forse hanno ragione, ma quando penso a Violeta Parra, l’articolo s’impone, perché lei è la Violeta, unica, ineguagliabile, inarrivabile. Luis Sepúlveda

 

Domenica 5 febbraio 1967 Violeta del Carmen Parra Sandoval decide di lasciare questo mondo. Sono le ore 14.

E con un colpo di pistola lei mette fine alla sua vita. Uno sparo che rimbomba come il frastuono di mille cavalli che galoppano, allo stato brado, per le vaste pianure del Cile.

Per tutta la mattina ha ascoltato una canzone: Río Manzanares, lasciami passare/Ché mia madre malata/Mi ha mandato a chiamare/Mia madre è l’unica stella/Che illumina il mio avvenire/E se sta per morire/Che io vada in cielo con lei.

In tanti si presentano a Santiago il giorno dell’ultimo saluto: ci sono suo figlio Ángel di 23 anni, la moglie e il loro piccolo. L’altra sua figlia Carmen Luisa, quindici anni, che ha vissuto con lei fino a quel giorno. La terza figlia Isabel. Funerali nazionali per Violeta. Vi partecipano autorità civili ed ecclesiastiche.

Sei mesi prima era uscito il disco con una raccolta delle sue canzoni: Las últimas composiciones de Violeta Parra. Ma nessuno aveva letto quell’opera come l’indizio di una fine prossima.

Sono tutti lì, al tendone della Regina, per quel commiato. La Carpa de la Reina, il tendone della Regina, è un luogo magico, inaugurato nel 1965. Violeta vi ha accolto artisti, facendoli esibire e incontrare, vi ha dipinto quadri, composto musiche, ha preparato pranzi per ospiti e pubblico. Ha infuso tutte le sue energie in un progetto che non è mai stato facile: “La lontananza e la scarsezza dei mezzi di trasporto. La pioggia. L’ostilità locale. I tagli della luce. La persecuzione di varie commissioni, da quella sanitaria a quella dell’alcool, che esigevano permessi inesistenti. Alla fine l’accanimento dei funzionari, che la consideravano strana, ebbe la meglio” [Ángel Parra, Violeta Parra è andata in cielo].

Ma il tendone della Regina è stato la sua grande scommessa, il sogno di una Universidad Nacional del Folklore e lei ci ha creduto fino in fondo. Il posto ideale in cui produrre, conservare e diffondere l’arte, la cultura popolare, la storia del Cile. Violeta ne era la rappresentazione vivente. Colei che ha incarnato l’universo antico delle tradizioni popolari della sua terra. Solo con la consapevolezza e le lotte dei poveri si può immaginare un futuro: questo il pensiero che ha sempre orientato la sua musica, il suo essere artista. Lei che ha patito la fame. Lei che, subito bambina, ha lottato contro una vita disgraziata.

Nata a San Carlos, paesino agricolo del sud del Cile, il 4 ottobre 1917, suo padre Nicanor Parra Alarcón, professore, musicista e poeta, viene licenziato sotto la dittatura Carlos Ibáñez del Campo. La famiglia è costretta a spostarsi tra Lautaro e Chillán affinché il padre trovi un’occupazione stabile. Cosa che non avviene. Caduto in depressione, morirà poco dopo alcolizzato e malato. La famiglia sopravvive di stenti dopo la perdita del capofamiglia. Dieci fratelli. Miseria, solitudine, fame e malattie diventano le frequentazioni della famiglia Parra. I bambini, nel 1918, escono vivi per miracolo dall’epidemia di vaiolo. La madre Donna Clarisa del Carmen Sandoval Navarrete, di origini contadine, è lei a sostenere tutti col suo lavoro di modista. Ma non basta e bisogna darsi da fare. Mentre il fratello maggiore e futuro poeta Nicanor Parra dà lezioni private, i più piccoli formano un gruppo unito e guadagnano qualche soldo come lavapiatti o al cimitero, con le pulizie delle tombe. E poi c’è il canto. Violeta un giorno scopre il nascondiglio dove sua madre tiene nascosta una chitarra e da autodidatta impara a suonarla. Lei e sua sorella Hilda si esibiranno sui treni, nei mercati, per le strade in cambio di pochi spiccioli. Eduardo e Roberto, raggiunti poi dalle ragazze, lavoreranno nei circhi ambulanti che attraversavano il mondo rurale. Tutto questo, vissuto con dignità e senza vergogna. A quindici anni Violeta lascerà la famiglia per raggiungere il fratello maggiore a Santiago dove lui sta studiando. Anche lei vuole conoscere, crescere, imparare: è la musica la sua strada [Cfr. Fernando Sáez, La vida intranquila].

Violeta è sola quando decide di mettere fine alla sua vita. Da poco è terminata la storia d’amore con Gilbert Favré, “El Gringo”, diciannove anni più giovane. Avanti e indietro, con lui, tra il Cile, Parigi e Ginevra, un amore immenso.

Gilbert era arrivato dalla Svizzera per andare alla scoperta del continente latinoamericano. Pittore, falegname, musicista, folklorista e antropologo. Avventuriero, ricercatore, voleva conoscere la musica popolare cilena. Per questo aveva incontrato Violeta, da tempo studiosa dell’anima del popolo di quella sua terra, in tutte le sue manifestazione dell’arte e della cultura. È un colpo di fulmine.

Violeta gli spiega che se vuole vivere con lei dovrà chiedere la sua mano al figlio maggiore Ángel, l’uomo di casa. Cosa che Gilbert farà, rispettoso delle regole di famiglia.

Trascorrono cinque anni di passione, di scoperte e di intese, di musica e di lavoro. Di vita insieme. Ma gli amori nascono e muoiono. E lasciano ferite profonde sulla pelle e nell’animo. Violeta lo racconterà in El amor: Entrai nel garofano dell’amore/accecata dai suoi colori,/mi presero i fulgori/di un fiore così tanto amato./Fiera della mia passione/lasciò una ferita sanguinante/che piango con gran commozione/nell’orto dell’oblio./Il fiore non mi si schiuse./Quante lacrime perse!

Al ritorno di un viaggio in Bolivia, con il figlio Ángel, Violeta comporrà un disco di musica d’ispirazione andina Ángel Parra y el tocador afuerino. El tocador afuerino è il soprannome di Gilbert. Afuerino, forestiero, è chi non appartiene a un luogo, chi ormai ne è al di fuori.

E poi c’è l’impegno politico. Violeta in Bolivia ci è andata per sostenere la causa della restituzione delle coste e del mare. Diversi gruppi di musica popolare boliviana si sono esibiti al tendone della Regina. Perché cileni e boliviani sono popoli che hanno bisogno uno dell’altro. “Unire, mettere insieme le forze per vincere queste battaglie, tutti i santi giorni: rendere più forti i deboli perché si proteggessero dagli attacchi dei più forti” [Ángel Parra]. Questo era Violeta. Una donna innamorata del suo lavoro, capace di creare intrecci culturali, una donna libera come il vento.

E un amore finito, non è solo un amore finito?

Come erano finiti quelli precedenti. Nel racconto delle sue relazioni, dei suoi fallimenti sentimentali, dei suoi matrimoni e convivenze è scritta la storia di una donna che non hai mai abdicato alla sua vera natura, di donna indipendente, nata per l’arte. Ma che d’amore ha sofferto atrocemente e di quella sofferenza ha riempito le sue canzoni.

1945, Violeta è sposata con Luis Alfonso Cereceda Arenas, soprannominato “Sombrero verde”, padre di Ángel e di Isabel. È macchinista alle ferrovie dello Stato. Ma vuole essere informato su ciò che accade in Paese, così milita nel partito comunista, nel sindacato e nella federazione. Si sono conosciuti al Tordo Azul, uno dei ristoranti dove di tanto in tanto cantavano Roberto e Lalo e le sorelle Parra, Hilda e Violeta. Già da tempo, dal 1934, tutta la famiglia Parra si era installata a Santiago. I quattro fratelli cantano nei locali vicino alla stazione ferroviaria, intonando i generi popolari dell’epoca: boleros, rancheras, corridos messicani, e la famosa cueca cilena. Al momento dell’incontro Luis ha diciotto anni e lei diciannove. Ci sono scambi di sguardi interessati. Poi, una sera, lui va a sentirla cantare al Gran circo cileno a Curacavì. Quartiere popolare e malfamato, gente che beve e arriva alle botte con niente. Vita dura, di rapine e stupri, di coltelli in mano, come Violeta ricorderà nelle sue décimas autobiografiche:

Mi viene inoltre in mente/Tere sta già gridando/Si sentono ogni tanto/Sempre di meno le grida/ Poi si sentono i fischi/Della guardia ritardataria/Correndo come un pazzo/ ma ormai dopo il delitto/Come una vista brutale/All’alba di un martedì/Si portano via Teresa/La trascinano giù per Mapocho/Togliendole le sottovesti.

Ma Luis non ha paura, e si fa sessanta chilometri in bicicletta per vederla. Quella sera, chissà come, torneranno in due, in sella a quella bicicletta.

Poco dopo vanno a vivere a Calle Melipilla, numero 1440, quartiere Estración Central. Una casa a due piani, piena di sole. La famiglia, i figli, la stabilità, l’attesa del marito che torna da lavoro. Una vita serena e pacifica per qualsiasi donna del Cile in quegli anni. Ma per Violeta no. Odia tutto ciò che può trasformarla in una donna piccolo borghese, con i lavori domestici a cui pensare, la cena da preparare. No, Violeta è per la libertà. Chitarra e libertà.

In quei giorni il poeta Pablo Neruda, console nominato dal Presidente Pedro Aguirre Cerda, libera un gran numero di spagnoli dai campi di concentramento creati dal governo francese. Sono più di duemila i rifugiati che arrivano in Paese alla ricerca di un posto dove stare. Sono uomini, donne, bambini, anziani, che si sono imbarcati sulla Winnipeg per scampare alla guerra civile spagnola, dagli eserciti fascisti di Franco. Arrivano al porto di Valparaíso, Repubblica del Cile.

Sono catalani, andalusi, asturiani, baschi, galleghi. Portano la loro cultura, le canzoni, la musica spagnola. Artisti come Carmen Amaya, Lola Flores, Lolita Torres vengono passati alle radio che diffondono in Cile nuove architetture sonore. Il Comao Llodrá è la trasmissione che più si ascolta. Violeta ne resta affascinata e di questi artisti interpreterà tutto il repertorio. Si comprano i dischi in casa Parra, il giradischi è sempre in movimento.

Si ascolta La zarzamora. Violeta la canta, insieme a Pena penita pena, La morena de mi copla, Bien pagá, Farrucas, fandangos, sevillanas. Canzoni che parlano di gelosie, gioie, dolori, storie dei rifugiati che ricordano la loro terra deturpata dall’oppressione fascista. Violeta è brava, conosce ormai quei canti a memoria. Parteciperà al concorso organizzato dalla comunità dei rifugiati al teatro Baquedano per eleggere la migliore interprete di canto spagnolo. Così, Violeta di maggio, con questo soprannome, ottiene la vittoria.

Tempo dopo, orami celebre, nella residenza di Pablo Neruda e di Delia del Carril, Violeta realizzerà il suo primo recital per il compleanno del poeta. Lui, nel 1970, le dedicherà la poesia Elegía para cantar: De cielo en cielo corre o nada o canta /la violeta terrestre…

La situazione politica e sociale in Cile, dopo la seconda guerra mondiale, è piuttosto complicata e inquieta. Dopo essere stato appoggiato dal Partito Comunista del Cile, il radicale Gabriel González Videla viene eletto Presidente nel 1946. Violeta partecipa a cortei e manifestazioni, è tra quanti lo sostengono. Ma con l’inizio della Guerra Fredda egli promulgherà la “Legge Maledetta” che rendeva fuorilegge i comunisti. Una legge che determinava l’apertura di campi di concentramento. Colui che l’aveva approvata passerà alla storia come “il traditore”. Così, per primo, lo chiamerà Pablo Neruda. Arriveranno presto persecuzioni, fughe, Pisagua, il campo di concentramento a nord del Cile. Anno: 1947.

Tutti i Cereceda sono militanti, tutti lavoratori della classe operaia, tutti hanno paura. E poi sono in tanti in una sola casa. Violeta si sente soffocare. In più Luis ha relazioni extraconiugali. Violeta, infatti, un giorno lo trova con un’altra donna. Troppo.

Chiuderà anche con il canto spagnolo. Il giorno dopo in cui in Cile arrivano gruppi gitani autentici, con la chitarra flamenca, l’energia di un ritmo e di un canto nativo. Capisce che il vero flamenco è diverso dal genere che aveva conosciuto e imparato lei: canzonette commerciali, la massima espressione del franchismo. Tanto simili alle canzoni urbane del Cile, costruite ad arte, fasulle, un inganno. Per cantare le canzoni di una terra bisogna esserci nati. Così, sarà la sua di terra, con le radici, i tronchi e le sue fronde a voler rappresentare d’ora in poi.

Calle Brasil 455, una nuova casa. Violeta ci vive con un giovane conosciuto da poco. Ha quattordici anni meno di lei. Si sposeranno con rito civile nel 1953. È Luis Arce, affascinante, ma troppo sottomesso alla madre. Per qualche tempo diventerà l’agente della compagnia artistica di Violeta con la sorella Hilda. Portano in giro lo spettacolo Ritratti d’America, arrivano ovunque, nei luoghi quasi disabitati, impervi, fin sopra una miniera, in groppa a un asino. In Il flagello di Dio Violeta è autrice, personaggio principale. Si fa il tutto esaurito al loro passaggio. Ogni giorno un piatto di minestra c’è per tutti.

Violeta, Luis e il piccolo Ángel si trasferiscono lontano dagli ingombranti influssi della madre di lui, nel sud della capitale, comune di La Cisterna. Aperta campagna, tanto verde.

Qui esistono numerose Case di campagna, luoghi in cui ci si ritrova per cantare, fare spettacoli. Ci sono il Gran parque rosedal, l’Hostería las brisas in cui si raccoglie un pubblico familiare, più quieto di quello dei quartieri popolari, in cui la violenza scoppiava a ogni angolo. Il pubblico qui, invece, canta e si diverte sulla grande pista da ballo. Un’atmosfera decisamente bohémienne.

Dal matrimonio con Luis Arce poco dopo nascerà Carmen Luisa, il 26 agosto 1950. E Luis per un po’ mette la testa a posto e si impegna nell’impresa di una tappezzeria.

Ma le soprese non sono finite. Al battesimo della piccola appena nata c’è la nonna materna di Luis Arce, tutti la chiamano la Pelusita. Lei, nata e cresciuta a Alto Jahuel, nei piccolissimi paesi di campagna del profondo Cile, ha radicate in sé tutte le tradizioni di quei luoghi. Sarà per Violeta un faro luminoso, che illuminerà il percorso di studio del passato più antico del Cile, che lei vuole intraprendere. Da ragazza anche la Pelusita suonava la chitarra e si commuove nel sentire Violeta che canta e suona a quel modo. Infatti, quel giorno la invita a intonare qualcosa accompagnandosi. E poi anche lei le va dietro: Nella Plaza de Armas, accidenti/È venuto un toro, accidenti/Mi ha incoronato, accidenti/E non so che fare.

Violeta comincia così la sua indagine sul campo nella ricerca antropologica, etnomusicologica, ascoltando, riscrivendo e reinterpretando quei canti persi nella memoria di questa donna contadina dal lungo passato. Che scava nei suoi ricordi per trovare il tesori di versi antichi, imparati da bambina, valzer lenti. Con quei frammenti che la Pelusita a poco a poco riporta alla luce, Violeta ricostruisce intere ballate, le trasforma in canti di tante strofe, riannoda armonie e melodie partendo da pochi accordi. Miracolosamente rigenera storie antiche. Come in Qué pena siente el alma, uno dei più grandi successi: Che pena prova l’anima/Quando il destino infame/ Si oppone ai desideri/Cui aspira il cuore.

Tutto ricorda la Pelusita e tutto Violeta impara. Da una strofa che lei canticchia verrà fuori Casamiento de negros, canzone sulle ingiustizie sociali di chi vive una vita di povertà. Violeta scriverà le strofe successive, la musica e ne farà un successo.

Tanto che quella partitura arriverà nelle mani del direttore nordamericano Les Baxter che la inciderà con la sua orchestra negli Stati Uniti trasformando quel brano in Crazy Melody. Un successo stellare.

Con i soldi dei diritti d’autore Violeta riuscirà poi a comprarsi una casa prefabbricata. Fattoria San Carlos, isolato 14, numero 22. Quartiere La Reina. “A quei tempi vivere nella fattoria San Carlos – scrive Ángel Parra – era come vivere alla fine del mondo. I piccoli autobus con dodici posti a sedere, chiamati lepri avevano la fermata diurna più su del canale San Carlos, così come quella notturna. Il resto bisognava farlo a piedi, più o meno quattro chilometri” [Ángel Parra]. Ma è il sogno di Violeta, poter avere una casa propria, simbolo di libertà e indipendenza. Quel caseggiato si trasformerà nel tendone della Reina, in calle Segovia 7366.

Nel frattempo, nel 1950, anche il fratello maggiore Nicanor faceva ritorno dall’Inghilterra, dove si stava occupando di uno studio sulla poesia popolare cilena del diciannovesimo secolo. Le lancerà la sfida di scrivere le sue esperienze di ricerca in décimas (la décima è una strofa di 10 versi ottonari) sull’esempio di un libro di poesia contadina argentino, il Martín Fierro. Lei, dopo lungo lavoro, comporrà las Décimas Autobiográficas, poema scritto in uno dei generi poetici più popolari della tradizione orale ispanoamericana. Pubblicata postuma nel 1970, alcune poesie sono state musicate dal compositore cileno Luis Advis, che le ha inserite nella cantata Canto para una semilla interpretata dal complesso Inti-Illimani insieme a Isabel Parra.

Sempre Nicanor le farà conoscere i generi poetici popolari incoraggiandola a cercare la propria strada fuori dai percorsi battuti dal folklore tradizionale.

Così cominceranno i tanti viaggi nei luoghi sperduti, ad Alto Jahuel, nei villaggi dove la cultura cilena originaria si poteva ritrovare scavando nei ricordi, nelle leggende, nei balli, nelle storie raccontate dagli anziani. E riemerge un mondo di immagini e di suoni, sepolti nel fondo della memoria. Le ricorrenze contadine, con la trebbiatura, la semina, i canti per le cerimonie importanti, battesimi e matrimoni, i funerali. Le canzoni d’amore.

Arriva il momento per Violeta di fare davvero della musica il suo mestiere, la missione della vita. Così, con il patrimonio raccolto, lascia il duo formato con la sorella Hilda e va avanti da sola. Viene ingaggiata dalle stazioni radio per diffondere la vera musica cilena. Fino a qual momento le radio passavano canzoni artefatte, costruite per il mercato, di gusto facile, per intrattenere e accompagnare le feste il divertimento quotidiano. Canzoni sdolcinate che raccontavano un paese irreale, fittizio, senza problemi. Un’allegria falsa, di bandiere tricolori, di cosce femminili in evidenza, di tamburelli e passi di danza. Niente a che fare con la musica contadina che lei aveva imparato e che rappresentava la vera anima del suo Paese, l’autentica voce del popolo. Gente onesta e discreta, gente lavoratrice, coi copricapi sgualciti, e i calzoni rattoppati, le mani rovinate, un tozzo di pane o una galletta al giorno.

Violeta continua a percorrere il Paese alla ricerca delle sue radici musicali. E così matura una diversa prospettiva del suo lavoro artistico che concilia studio del passato e scrittura originale. Che si rafforza sempre più attraverso gli incontri. Come quello con Rosa Lorca, un’aristocratica del popolo, ma umile, orgogliosa, grande lavoratrice: “Levatrice, matrona, cantora, regina della cucina e della camera da letto, arrangiatrice di angeli”. Ovvero detentrice del sapere antico di quelle donne che, secondo una leggenda cilena, avevano ricevuto in sorte il dono di accompagnare la salita al cielo dei bambini morti prima dei cinque anni. Liberi dal peccato, volavano accompagnati da fiori bianchi con indosso un abito da angelo [Ángel Parra]. È proprio lei, Rosa, a far nascere Rosita Clara, figlia di Violeta, morta dopo ventotto giorni dalla nascita. Per lei Violeta scriverà Versos para la niña muerta: Quando andai via/Lasciai la mia bambina nella culla/Credevo che la mammina luna/Se ne sarebbe presa cura/Ma non fu così/Me lo ha detto in una lettera/E mi si è spezzato il cuore/Per non averla tenuta con me/Il mondo sarà testimone/devo pagare per questa mancanza/ […] Ora non ho consolazione/Vivo nel peccato mortale/E amore come il sale/Le mie notti sono insonni…

Ma Rosa è detentrice anche di un grande patrimonio di oralità e per Violeta è come un tesoro sommerso in fondo al mare. Grazie a lei Violeta recupera diverse tipologie di accompagnamento per chitarra: arpeggi, scale. Ma anche leggende, rimedi per allontanare il diavolo, antiche ricette di cucina, canzoni. Si accorge che recuperare quel passato è fondamentale: “Solo chi dimentica il cammino inciampa due volte sulla stessa pietra”, dirà [Ángel Parra].

Una nuova casa segna un momento di cambiamento nella vita di Violeta, che ora è residente nel comune di Barrancas, nella parte bassa di calle San Pablo. Una veranda, un cortile, un giardino pieno di profumi. Ma la vita di Violeta è sempre in ristrettezze, il primo marito poco collabora al mantenimento dei figli, resta una vita alquanto precaria. Violeta cucina le sopaipillas per venderle agli operai che vanno al lavoro. E anche Luis Acre non è il marito che lei si aspettava, incapace di staccarsi dagli influssi materni. Per lui scriverà Luis Ingrato: Per dirmi che te ne andavi/Mi hai mandato una lettera/Perché al vigliacco manca il coraggio/Di dirlo in faccia.

Per fortuna il suo lavoro di ricerca procede e Violeta scandaglia zone sempre più ampie del Cile, fino a raggiungere Puente Alto dove conosce questa volta un uomo, Isaías Angulo, detto “il profeta”, suonatore di guitarrón, contadino forte come una roccia. In questi suoi viaggi ora ci sono anche Gastón Soublette, musicologo e Sergio Larraín, fotografo, che pubblicheranno un libro di testi, spartiti musicali e fotografie. Come negli stessi anni Alan Lomax cominciava il suo viaggio in Italia raccogliendo canti e raccontando la cultura contadina in via di sparizione.

Violeta ascolta, prende appunti, fa domande, se c’è la corrente elettrica registra con un pesante registratore polacco. E compone pezzi che nascono da questi stimoli grandiosi. Così scrive La lechera dedicata a Rosa, una delle prime canzoni politiche nate per raccontare la realtà della povera gente:

[La lattaia] mentre legava la mucca/È caduta a terra morta nella stalla/Inquilino e proprietario sono /Due cose distinte/Inquilino e proprietario, oro e terra. Qui nella versione di Gabriela Pizarro.

Compone La Jardiniera, storia di una donna che soffre per amore e che per dimenticare l’uomo che l’ha lasciata e tutto quel dolore coltiverà la terra, pianterà un rosaio, con delle spine grandi con cui farà una corona,

e La Juana Rosa.

Nel 1954 conosce Raúl Aicardi, giornalista e direttore di programmazione di Radio Chilena, interessato al suo lavoro di ricerca. Le affida, infatti, uno spazio quotidiano, Canta Violeta Parra, in cui lei interpreta i suoi brani, racconta gli incontri con uomini e donne del popolo cileno. Da qui la sua carriera prende il volo, per il grandioso successo di pubblico e la diffusione di massa dei suoi canti. Montagne di lettere arrivano alla redazione per ringraziare questa artista di cui poco fino a quel momento si sapeva. Violeta racconta la storia della sua patria, i valori espressi dai canti tradizionali, la difesa dei più deboli. Una grande rivoluzione per tutte quelle persone che ogni giorno aspettano di ascoltarla. Violeta è orgogliosa del suo lavoro: “dissotterrare folclore armata di carta e penna” [Ángel Parra].

Altri incontri sono importanti per lei. Quello con la musicista e cantante popolare Margot Loyola, quello con le donne di Las Barrancas che rappresentano la saggezza antica dei loro tempi. Raccontano storie di semplicità e generosità popolare, l’orgoglio per la terra e il lavoro. Al lavatoio, al braciere, nei cortili delle loro case, nelle terre intorno. “Ognuna delle canzoni consegnate a mia madre – scrive Ángel – era come un lenzuolo o una tovaglia pulitissima che sventolava nel cortile, come un pane appena sfornato; ci mettevano lo stesso amore” [Ángel Parra].

Ma tra gli incontri più straordinari vi è sicuramente quello con un isolano originario dell’isola di Pasqua. È lui a insegnarle Pai Mi Ti che Violeta inciderà nel 1955 per la Chants du Monde, a Parigi. In quell’anno le consegnano il premio Caupolicán che la consacra definitivamente come grande artista, interprete e ricercatrice di musica popolare.

E ancora María Painén Cotaro. Stregona, guaritrice, dell’etnia dei Mapuche. La sua voce è accompagnata da un cultrún, strumento a percussioni utilizzato nei rituali di questo popolo. I suoi canti, infatti, sono preghiere, invocazioni, liturgie. Linguaggi di un altro mondo, di un’altra cultura, di altre tradizioni, religioni, dialetti. Di cui cercare di mantenere intatta l’autenticità. Una notte la sua vicina di casa Mapuche sta per mettere al mondo un figlio, è lei a correre per darle una mano. Il ricordo della levatrice Rosa Lorca non le permette di tirarsi indietro e poco dopo a questo evento dedicherà la canzone Yo canto a la diferencia. Yo canto a la Chillaneja (alla maniera di Chillán, cittadina del Cile). Una canzone che racconta delle forti differenze sociali ed economiche del Cile, di chi reietto, diverso di razza e cultura mette al mondo un figlio in una casa senza niente, né il fuoco per scaldare, né una candela per fare luce. E di chi non se ne importa, perché ciò che conta sono le bandiere che sventolano un falso patriottismo e le parate militari: Io canto alla chillaneja/Se ho qualcosa da dire/E non prendo la chitarra/Per suscitare un applauso/Io canto la differenza /Che c’è tra il vero e il falso/Altrimenti non canto.

Si leva chiara la voce della sua protesta a sostegno dei più deboli. Si rafforza la sua crociata mentre racconta in giro per il Cile queste battaglie per l’uguaglianza e per i diritti degli umili. Alla festa de La Candelaria, alla festa di Andacollo, Salamanca. La festa in omaggio alla vergine del Carmen chiamata Tirana dura sette giorni. Sette giorni e notti di danze, alcool, perfino allucinogeni, coreografie, canti e musiche che non finiscono mai.

1960, tournée nel sud del Cile. Violeta canta con Isabel, Ángel e il gruppo Cuncumén. In ogni città viene accolta con applausi e grandi riconoscimenti. Dopo i concerti si cena tutti insieme e le autorità locali non mancano di salutare il cast. Una notte, nella zona della città di Valdivia una fortissima scossa di terremoto sveglia tutti. La compagnia viene avvisata che le prossima scosse saranno ancora più forti e che il loro viaggio li sta portando dritti verso l’epicentro del terremoto che, tra scosse più o meno forti, in quei giorni sta angosciando il Paese. Ma il viaggio continua e la compagnia viene invitata a visitare l’isola di Tenglo. Alle tre del pomeriggio inizia una terrificante scossa di terremoto, tra le più forti che memoria umana ricordi, a cui segue uno tsunami che arriva fino alle coste del Giappone. Nono grado e mezzo della scala Richter. È il 22 maggio.

Al ritorno Violeta viene contattata dall’Università Santa María di Valparadíso per tenere corsi estivi sul folclore. Ma poco dopo si ammala di epatite. Immobile a letto, l’unica cose che può fare è ricamare. Ricama arazzi di iuta, di lana colorata, dipinge cartoni in cui racconta le storie del popolo cileno. Gli arazzi come canzoni dipinte. Alla Prima Fiera dell’Arte sulla rive del fiume Mapocho Violeta espone le sue opere e ottiene di potersi mostrare al pubblico mentre lavora. Impasta la creta e ne fa sculture, dipinge su tavola mentre la gente si raggruppa intorno a lei.

Invitata a Varsavia per il Festival della Gioventù, resterà per un po’ in Polonia per poi trasferirsi a Parigi dove inizia a lavorare nel locale notturno L’Escale. Presto viene apprezzata da diversi intellettuali francesi. In particolare da Paul Rivet, antropologo e direttore del Musée de l’Homme, col quale registrerà, nella Fonoteca Nazionale della Sorbonne, musiche e canzoni della sua terra e il disco Cantos del Chile, per l’etichetta Le chant du monde.

Parigi è anche il Pavillon de Marsan al Museo delle Arti Decorative del Louvre che ospiterà la sua mostra nel mese di aprile del 1965. È la rappresentazione più autentica del Cile, questa mostra, è per il suo popolo che Violeta l’ha pensata, prodotta e allestita. Ma è anche un evento straordinario perché per la prima volta una donna ispanoamericana espone in uno dei templi dell’arte mondiale. Il catalogo recita: “Violeta Parra si appropria del mondo e ne fa la sua opera, lei anima tutto quello che tocca in modo preciso, originale, le parole e i suoi suoni, le forme e i colori. Lei è un’artista totale, musicista, pittrice, scultrice, ceramista, infine poetessa come suo fratello Nicanor e il suo amico Pablo Neruda” [Ángel Parra].

Sarà per lei un’esperienza impressionante e sconvolgente, riuscire a espugnare il fortino dell’arte, il Museo del Louvre.

Di ritorno dall’Europa è carica di stimoli e si dedica al suo tendone, luogo dove compone e dipinge, vorrebbe farne l’Universidad Nacional del Folklore. Al Caffè Sao Paulo incontra i rifugiati spagnoli, intellettuali, giovani artisti come Victor Jara che sta studiando teatro. Il recital a Santiago, nel Salone d’Onore dell’Università, nella Biblioteca nazionale, segna il suo riconoscimento come divulgatrice della cultura cilena. Ospite dell’Università di Concepción, inaugurerà, da lei fortemente voluto, il Museo d’arte popolare e del folclore. Violeta lo allestisce con testi di canzoni, vecchi giradischi, poncho, prodotti artigianali locali, stoffe. A Concepción Violeta compone anche musica per il poema Los Burgueses di Gonzalo Rojas: Ho mangiato coi borghesi/Ho ballato coi borghesi/Coi più feroci borghesi/Nella casa dei borghesi.

Poi Violeta conquisterà Buenos Aires, l’Argentina fino a ottenere un invito per il Festival Mondiale della Gioventù a Helsinki, Finlandia. Di nuovo l’Europa da percorrere, nel 1962. In Germania, in quel momento è iniziata la costruzione del muro.

Al ritorno in Cile, nuovi fermenti stanno animando il mondo della musica. Il movimento della Nueva Canción Chilena, con voci come quella di Víctor Jara, fondatore del gruppo Quilapayún, di Rolando Alarcón, del duo formato da Isabel e Ángel Parra, con le loro canzoni di denuncia rivoluzionano i vecchi canoni della musica popolare e porteranno avanti il suo lavoro. A Santiago verrà inaugurata La Peña de los Parra, cuore pulsante del nuovo movimento culturale. Luogo di raduno di artisti e intellettuali, ma anche di gente comune pronta a trascorrere serate fra chitarre, vino e empanadas, ascoltando le nuove voci. Violeta si esibirà insieme ai figli e a Gilbert.

Poco dopo, la fine della storia con quest’uomo, l’amore della vita. Scriverà le più belle canzoni del disamore, canzoni disperate, malinconiche, piene di pianto. Come Corazón maldito. Violeta racconta la sua disperazione con terribili immagini di galera. Di pestaggi e di infami carcerieri. Di oppressione e di maltrattamenti. Della sua vicenda personale, ne fa una storia collettiva, il dolore di un’umanità nella pietosa condizione della segregazione. Scriverà testo e musica ma non interpreterà mai questa canzone. Qui, infatti, è cantata da Isabel Parra: Ma che male ho fatto/per maltrattarmi, sì/per maltrattarmi/come al carcerato/fanno i gendarmi, sì/fanno i gendarmi./Tu vuoi ammazzarmi.

E poi il doloroso lamento Qué he sacado con quererte: Che cosa ho tirato fuori/con la luna che guardavamo assieme?/Che cosa ho tirato fuori/coi nomi stampati nel muro?/Come cambia il calendario/cambia tutto in questo mondo/ay ay ay ay ay.

A Gilbert dedica anche la bellissima Run Run se fue pa ’l norte. A lui che tornava in Bolivia e che mai più avrebbe rivisto: Sul carro dell’oblio, prima dello spuntare del sole/ Da una stazione del tempo deciso a vagabondare/Run Run se n’è andato al nord, non so quando verrà/ Verrà per il compleanno della nostra solitudine.

Ma Violeta si fa coraggio e dalla sofferenza privata e personale tira fuori le più belle canzoni per il popolo cileno, incise nel suo ultimo disco Las últimas composiciones de Violeta Parra (1966). Tra queste Rin del  Ángel ito sulla mortalità infantile: Già sale al cielo /l’angioletto tanto amato /a pregare per i nonni, /papà, mamma e i fratellini. /Quando muore la carne /l’anima cerca un posticino /dentro a un papavero o in un passerotto.‎

E poi Volver a los diecisiete: Tornare a diciassett’anni/Dopo aver vissuto un secolo/È come decifrar segni/Senza essere un dotto sapiente./Tornare ad essere, all’improvviso,/Fragile come un istante.

Canzoni sulla condizione di prigionia e di solitudine, come Pupila de águila, dove la mancanza di libertà è espressa dalla metafora di un uccellino con le penne lacerate. Violeta la canta con Alberto Zapicán.

O come Cantores que reflexionan, dove il canto assurge a unica consolazione o speranza di salvezza.

In Maldigo del alto cielo Violeta è arrivata allo stremo dell’angoscia e sente il male in tutto ciò che esiste al mondo. Canzone profetica che sembra prevedere ciò che il popolo cileno dovrà sopportare tra poco: il colpo di Stato fascista di Augusto Pinochet, gli interrogatori, le torture, lo Stadio Nazionale trasformato in un campo di concentramento, l’uccisione di Victor Jara: Maledico infine il bianco,/il nero e il giallo,/vescovi e chierichetti,/ministri e predicatori/io li maledico piangendo,/il libero e il prigioniero/il tenero e il rabbioso/gli impongo la mia maledizione/in greco e in spagnolo/per colpa di un traditore/Quanto sarà il mio dolore?

Gracias a la vida, considerata un testamento spirituale e artistico, è uno dei più grandiosi inni alla vita, con la quale Violeta sembra riappacificarsi. Un inno che è anche una dichiarazione di poetica: il canto come opportunità di dare voce agli ultimi: Grazie alla vita che mi ha dato tanto,/mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto,/così distinguo gioia e dolore/i due materiali che formano il mio canto/e il canto degli altri che è lo stesso canto/e il canto di tutti che è il mio proprio canto.

Sarà Mercedes Sosa a lanciarla prima in Cile e poi in tutto il mondo, cantandola nei giorni del golpe fascista di Pinochet, facendone così un inno internazionale contro la dittatura, le dittature.

Una fama planetaria grazie anche alle tantissime interpretazioni delle più grandi voci femminili e maschili in tutte le lingue del mondo. Tra tutte, quella di Joan Baez

di Gabriella Ferri

e di Herbert Pagani.

Quel 5 febbraio del 1967, a quarantanove anni, dopo una crisi depressiva che sembrava aver superato, Violeta sarà sola.

Minuta, abiti semplici, niente trucco, i lunghi capelli sul viso segnato dal vaiolo. La testa china sulla chitarra a cantare, sempre sola. Non è mai cambiata Violeta. Ha cantato parole come lei, dirette e senza fronzoli. Ha cantato con una voce fuori dai canoni, graffiante e capace di lacerare. Di gridare la rabbia, il dolore, la pena per gli ultimi sulla terra, il suo popolo battuto, sottomesso, impoverito.

Di lei lo scrittore e amico Pablo de Rohka scriverà: Saluto Violeta come una cantora americana di tutta /la gente cilena, /cilenissima, profondamente popolare, /sudata e macchiata di sangue/ e il suo grande enigma, /e come a un’eroica donna cilena.

Chiara Ferrari, coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica, autrice di Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli