In questi giorni d’agosto, centoquattro anni fa, Parma scopriva che la democrazia può essere anche una faccenda di pietre, assi di legno e mani nude. Mentre l’Italia liberale vacillava sotto i colpi dello squadrismo fascista, nei vicoli dell’Oltretorrente per sette giorni, dal 1° al 6 di quel mese d’estate 1922, operai, artigiani, donne, reduci di guerra e militanti delle organizzazioni popolari trasformarono un intero quartiere in una fortezza improvvisata. In difesa delle postazioni c’era Guido Picelli, comandante degli Arditi del Popolo, stratega e anima di un’insurrezione che con 350 tra uomini, donne e ragazzini fermò i diecimila capomanipoli in orbace di Farinacci e Balbo.
Forse su quei muri che avevano il colore della povertà e la dignità di una cattedrale popolare, nacque la fama di Picelli, che troverà la morte meno di quindici anni dopo nella guerra di Spagna. Ma siccome in tutte le storie di riscatto ci sono pagine luminose e pagine oscure, nel 90° del colpo di stato di Franco e dell’aggressione fascista e nazista alla Repubblica vale la pena ricordare anche la sua fine: una morte in circostanze mai ufficialmente chiarite, tre funerali, una tomba scomparsa, testimonianze che non coincidono e documenti faticosamente ritrovati.
Di quella vicenda, Giancarlo Bocchi è oggi tra i maggiori conoscitori. Ha scritto libri, diversi saggi, alcuni anni fa il libro Chi ha ucciso Guido Picelli?” e prima, nel 2011, ha girato il film Il Ribelle. Ha percorso i sentieri di Mirabueno, interrogato gli ultimi garibaldini ancora in vita, scavato negli archivi del Comintern a Mosca, in quelli dell’Armata Rossa e della Spagna franchista, inseguendo frammenti di verità come un investigatore della storia. E forse la tenacia di quella ricerca nasce proprio dalla sua origine: dalla terra parmense e da quella genealogia familiare che generò le barricate e poi combatterà la Resistenza. Giancarlo è il nome di battaglia del padre partigiano, Mario Bocchi. Otto i partigiani in famiglia, donne comprese; un filo rosso che attraversa generazioni, guerre e idee. In quella geografia morale c’è probabilmente la radice della vocazione a dare voce a chi e a ciò che rischia di essere cancellato. Gesto, memoria e «l’arte, cioè politica dell’estetica e delle nuove idee».
Regista, scrittore, pittore cresciuto fra i quadri grazie alla passione del padre per l’arte, negli anni Settanta si muove nell’ambiente dell’avanguardia, incontra Man Ray, Baudrillard, Derrida, promuove il lavoro di artisti d’avanguardia e viene ritratto da Ed Kienholz in The Art show, una scultura ambientale che rimane in mostra per anni al Beaubourg a Parigi. Scrive i primi saggi di sociologia dell’arte, fonda le riviste culturali “Tra” e “Musica 80”. Poi l’immagine si fa movimento e Bocchi parte con una cinepresa leggera — «libera come me» — verso i luoghi dove la storia brucia: Sarajevo, Kabul, Chiapas, Kosovo, Palestina. Filma da solo, senza troupe né protezioni. Nascono documentari come Mille giorni a Sarajevo, Il Leone del Panshir, Wars, il film Nemaproblema, e l’ultimo nato: Il grido – I settecento giorni di Gaza. Ha anche fondato l’Archivio storico Bocchi, che promuove ben tre premi dedicati alla libertà, ai diritti civili e alla testimonianza. Perché il punto di ritorno resta sempre quello: l’antifascismo.
Giancarlo Bocchi, cosa l’ha portata sulle tracce di Guido Picelli?
Forse è perché era grande figura dimenticata e perché non mi sento emiliano o parmigiano ma sono dell’Oltretorrente. È lì che affonda la mia genealogia di Resistenza. Mia nonna Rosina, partigiana, teneva i collegamenti fra Parma e la Montagna: aveva conosciuto Picelli. Era la figlia di Giuseppe Bertoli, Ardito del Popolo durante le Barricate, e già nell’Ottocento organizzatore delle lotte per i diritti dei poveri e dei diseredati. Anche mia zia Gianna era partigiana. E nella Resistenza c’era mio zio Giuseppe Odoni, responsabile dei servizi segreti partigiani e ricercato dalla Gestapo, poi assessore provinciale che iniziò a smantellare i manicomi lager. E mio padre Mario con altri fratelli.
Sulle Barricate c’era anche Giacomo Ferrari, che io considero uno dei grandi. Nel mio libro L’ingegnere delle barricate ho pubblicato integralmente il suo memoriale. Ferrari diventerà comandante dei partigiani della Val di Parma, poi Padre costituente, e nel ’46‑’47 ministro dei Trasporti: in poco più di un anno rimette in piedi ferrovie, ponti, strade. In seguito sarà sindaco di Parma, e ogni mattina mandava un bicchiere di latte ai bambini poveri nelle scuole. Sosteneva l’idea della “compartecipazione”, se doveva cambiare un senso unico, convocava i cittadini e chiedeva il loro parere. Credeva nel sentire dei cittadini, credeva nella cultura. Con lui Parma fu davvero una capitale culturale.
Che aria si respirava allora in casa Bocchi?
A casa mia passavano spesso molti esponenti dell’arte, del cinema e della cultura come il regista Valerio Zurlini, Carlo Levi, Renato Guttuso: un viavai continuo, uno scambio di idee a tutti i livelli. Mio padre, Mario Bocchi, inizialmente fondatore del gruppo “I ragazzi di P.le Marsala” e membro del Fronte della Gioventù con Giacomo Ulivi e Giordano Cavestro, divenne poi il comandante dei “giovani” delle Gap/Sap. Nel dopoguerra ha conosciuto ed è diventato amico di Picasso, il “partigiano della pace”. Sono cresciuto con il divieto di avere armi giocattolo: come tutti i bambini volevo la pistola, mio padre era assolutamente contrario. Mio padre e lo zio Peppino sono stati vigili, come altri, fino agli anni Settanta e oltre, nel senso che hanno garantito la democrazia in Italia.
Sa che l’unico film narrativo sulla lotta di Liberazione in Italia è stato girato dalle nostre parti? Si intitola Con i partigiani sull’Appennino parmense, è di Marino Cantoni, girato tra il novembre 1944 e l’aprile 1945. Cedette la pellicola originale a mio padre alla fine degli anni 60 e lui mi chiese negli anni 90 di restaurala, di salvarla dalla distruzione del tempo. In effetti, faceva parte del mio mestiere come anche fa parte oggi difendere la memoria storica da utilizzi illeciti. E nel film ho trovato le uniche immagini a colori dei partigiani, autentiche. Nessuno se n’era mai accorto. È questo il mio mondo partigiano.
Cosa dicono all’Italia di oggi quei sette giorni dell’agosto ’22, le Barricate dell’Oltretorrente?
I quartieri popolari hanno dimostrato che i fascisti erano dei codardi. Attaccavano se erano ventisette contro uno. Quando si son trovati davanti, compreso Italo Balbo, compreso Farinacci all’inizio, quella gente comune così determinata, sono fuggiti da uomini, donne, e pure bambini, impauriti dal coraggio della gente comune.
Da pusillanimi, i fascisti appena sono andati al potere hanno punito i quartieri ribelli. Nell’Oltretorrente è intervento il piccone risanatore di Mussolini, ha fatto fuori i borghi dove vivevano le persone più combattive, tra cui Borgo Salici, la strada della famiglia di mia nonna.
Gli Arditi del Popolo erano malissimo armati: avevano un paio di mitragliatrici, qualche fucile. Le barricate erano solide, ma alle spalle c’erano tratti di strada minati, e ancora più indietro cavi di ferro collegate alla corrente elettrica. Una difesa costruita con intelligenza e capacità, sagacia ed esperienza. E Picelli fu il grande stratega di quella che è, a tutti gli effetti, la prima vittoria armata sul fascismo. Sarà sempre lui a ottenere anche la prima vittoria militare contro i franchisti in Spagna, a Mirabueno, quattro giorni prima di morire.
La sua ricerca su Picelli sembra quasi un destino.
Quando mi sono occupato della sua vicenda era ancora considerato un tribuno di provincia non una figura dalla statura europea. Possibile per un eroe a cui avevano fatto tre funerali di stato, a Madrid, Valencia e Barcellona? Picelli era stato deputato due volte, aveva sventolato la bandiera rossa su Montecitorio nel 1° maggio, abolito, del ’24.
Ho ricostruito negli anni la sua vita e la sua morte, la perdita della madre quando aveva pochi anni, l’apprendistato di orologiaio. Le cose si trovano andandole a cercare e ragionando. Tra l’altro da giovane aveva fatto l’attore girovago, per passione e nessuno ne parla mai, per campare; aveva pure lavorato da operaio nelle miniere. Quando ho avuto la notizia che era stato sul set con Ermete Zacconi ho scavato negli archivi del cinema. Dopo la condanna a cinque anni di confino, tutti scontati, era espatriato in Francia e dopo in Urss, ma era stato messo da parte e quasi finiva al Gulag. E quando è lasciato andare in Spagna che fa? Entra, anche se per poco tempo, nel Poum, il Partido Obrero de Unificación Marxista, antistalinista. Poi su pressione di compagni entra nella Brigate Internazionali, ma il suo passaggio con il Poum rimane segreto.
La versione ufficiale è che Picelli sia caduto in combattimento il 5 gennaio 1937 ad Algora, sul fronte di Seguenza, colpito da una raffica di mitragliatrice delle forze franchiste.
L’ufficio stampa delle Brigate pubblica un mese in ritardo la notizia della morte. Ma la verità non sta solo nei documenti, pur importantissimi che ho trovato in diversi archivi, bisogna ascoltare i testimoni. Ed è quello che ho fatto io. Prima i garibaldini delle Brigate internazionali ancora in vita, tre italiani — Antonio Eletto, Giovanni Pesce e Vincenzo Tonelli — e uno svizzero. Antonio Eletto era della 1° compagnia di Picelli. Nei resoconti ufficiali era scritto che Picelli era stato colpito mentre sistemava una mitragliatrice. Domando se quel giorno avessero portato sul Matoral le mitragliatrici. “No, era impossibile, come potevamo portarle lassù?”. Randolfo Pacciardi, il comandante del Garibaldi disse: “Io ho sentito una sola fucilata”. Quindi nessuna raffica. Gustav Regler, commissario politico della XII Brigata internazionale, nel libro La Grande Crociata, inedito in Italia, che ho riscoperto, con la prefazione di Hemingway, scrive “Perché i comunisti odiano Picelli?”. Ma nessuno ha visto quando è caduto e, nonostante i ricordi di Alcide Leonardo – aggregato al 1°Battaglione che entra anche nella storia dei fratelli sette fratelli Cervi, nessuno lo ha soccorso.
Come ha proseguito le indagini?
Sono andato sui luoghi, a San Cristobal, su El Matoral. Lì ho incontrato un vecchio agricoltore, allora un ragazzino che vendeva churros e ha visto Picelli morto. Ma nessuno l’ha visto quando è caduto. Sono stato in numerosi archivi in Spagna, Russia e Francia. Ho trovato il documento della nomina di Picelli a comandante del IX Battaglione e l’ho pubblicato. Ad Avila, tra le carte dei servizi segreti di Franco, ho rivenuto gli elenchi originali, scritti a mano, della compagnia di Picelli. Solo quelli, di quella unica Compagnia. E non potevano essere nelle tasche della divisa di Picelli, e nemmeno essere stati presi nottetempo, perché erano pulitissimi, senza una piega. Come facevano ad averli avuti? Quegli elenchi mi hanno confermato che le ricerche si fanno tenendo in mano i documenti originali e non scorrendo le pagine del web più o meno attendibili.
Ho fatto ricerche per due anni all’Archivio del Comintern a Mosca, ho consultato l’Archivio della Armata Rossa, del MOPR e l’archivio delle Federazione Russa dove solitamente non possono entrare gli stranieri. Ho scoperto un pizzino di Antonio Roasio, membro dell’Ufficio quadri del Comintern, ufficio collegato al Nkvd, la polizia segreta di Stalin, e in Spagna commissario politico per il Partito comunista del Battaglione Garibaldi, che denunciava Picelli per essere entrato nel Poum. In un altro documento segreto del Comintern, che doveva rimanere riservato, è scritto che Picelli è stato colpito da un cecchino. Una versione che smentisce quella ufficiale. Niente mitragliatrice quindi. Ma un’altra questione mi ha colpito. Come mai i franchisti e i fascisti non avevano rivendicato sui loro giornali e radio di aver eliminato Guido Picelli in vicecomandante del Garibaldi? Anzi, i fascisti nelle carte dei servizi hanno scritto il contrario.
La tomba non esiste più, distrutta dai franchisti.
Sono andato al cimitero, sul Montjuïc, a Barcellona. I funerali vennero organizzati da un addolorato Luigi Longo “Gallo”, molto amico di Picelli, e da Giuseppe Di Vittorio, che era stato Ardito del Popolo. Si conoscevano da allora. A Bari, nella stessa estate delle Barricate di Parma, aveva difeso la Camera del Lavoro dall’attacco dei fascisti, li avevano respinti. La salma di Picelli era stata cercata negli anni 60 anche dal sindaco Giacomo Ferrari, che aveva inviato in Spagna il suo vice sindaco per trovarla. Aveva scritto della spedizione in una lettera informativa, ma beffarda, a Edoardo D’Onofrio, allora responsabile degli Esteri del Pci, ma ai tempi in Spagna per l’ufficio quadri del Comintern.
Ritiene che Picelli sia stato eliminato per ragioni politiche?
In Spagna, come nella Resistenza, in tante pagine di riscatto della storia c’è stato il novantanove di cose nobili e l’uno per cento di cose oscure. E molte volte le ragioni politiche sono una scusa per coprire, occultare motivi personali.
Si sente più documentarista o scrittore?
Ho sempre lavorato tanto. Ho all’attivo una quarantina di documentari, 14 libri e tre film. Ho raccontato venti conflitti dal 1994. Ma l’arte è sempre stata il riferimento centrale. L’assedio di Sarajevo mi ha cambiato la vita, nel mio primo documentario il protagonista era uno studente dell’Accademia di Belle Arti: una settimana a scuola, una settimana in prima linea a caccia di cecchini. Con gli occhi faceva due cose opposte: disegnare e uccidere. Le cose non sono mai facili. I serbi stavano massacrando una popolazione dove c’erano dentro anche serbi, oltre a croati e musulmani. Io non riuscivo più a stare fermo: da lì nasce la mia urgenza di verità. Ho fatto un’inchiesta e un documentario su Gabriele Moreno Locatelli, un pacifista ucciso da un cecchino a Sarajevo. Uscirà a settembre la nuova edizione. È un esempio di come “la verità del momento” non possa diventa “la verità storica”, che è una cosa che va ricercata con molta tenacia e molta pazienza, superandole barriere dell’ideologia e della realpolitik.
A Sarajevo non è stato facile indicare un presidente come il mandante dell’uccisione di Locatelli, ma nessuno dei miei documentari è stato facile. A Ramallah mi hanno sparato addosso. Sparavano anche ai ragazzini. Ho filmato in Afghanistan sotto le granate dei talebani, in Chiapas, Somalia, Kosovo, Iraq e su tanti altri fronti sono stato fortunato. Ho conosciuto i due più grandi guerriglieri del 900, Massud e Marcos. E Douglas Bravo, l’iniziatore della guerriglia in Venezuela. Una figura, non le posso dire di più, che porta molto lontano, fino a Roma.
E c’è l’arte e la cultura. Ho intervistato Ginsberg, Ferlinghetti, Burroughs. Ho filmato André Masson, Paul Delvaux e tanti altri artisti. Per me ogni artista, se è un vero artista, è essere libero e politico: l’estetica non muove emozioni, ma idee e nuovi punti di vista sulla società. Ma non so se queste caratteristiche, che erano molto spiccate fino agli anni 70, sono ancora molto diffuse.
L’arte è la sua prima lingua.
Man Ray, che ho conosciuto, mi ha illuminato. Era un gigante del Dadaismo e del Surrealismo, grandissimo fotografo, e stava facendo la fame in un ex garage. Era libero, ha rifiutato fin che ha potuto di sottomettersi alle leggi del mercato. È stata quella aspirazione alla libertà a lasciare un segno: l’arte come indipendenza assoluta, come gesto politico.
Ho quasi finito di scrivere un libro su dodici artisti importantissimi che, secondo me, sono stati i veri punti di svolta dell’arte del Novecento. Dentro ci sono Man Ray, ma per esempio anche André Masson — senza di lui non ci sarebbe stato Jackson Pollock — e altri dieci ancora. Ogni artista, per me, è un essere politico che crea una sua politica, una sua visione del mondo, a volte visibile e altre volte invisibile, con la sua estetica. Ma gli impegni odierni, e le apprensioni, riguardano altro.
Quali preoccupazioni?
Ho realizzato il film Il grido – i settecento giorni di Gaza ma per paura o opportunismo è calata il silenzio su questo lavoro, che è un documentario ma anche un documento. Israele investe moltissimo per bloccare ciò che gli dà fastidio. Hanno ucciso duecentocinquantasei giornalisti palestinesi per impedire che uscisse la verità. Per Il Grido ho ricevuto materiali inediti da filmmaker dentro Gaza per due anni, di notte, via Telegram. Per esempio, il Festival di Tribeca, a New York, mi ha scritto due pagine di scuse: non potevano prenderlo. Ma non mi fermano e uscirà a fine settembre con una distribuzione indipendente.
Provo un senso di allarme per un mondo non solo dominato dalla censura ma dove i movimenti dell’estrema destra, neofascisti, neonazisti hanno rialzato la testa, hanno più del 30% in tutte le nazioni, dalla Francia alla Germania, in Italia, dappertutto. E nutro una sorta di inquietudine per l’intelligenza artificiale, rischia di diventare uno strumento di coercizione di massa enorme. Perché è in mano agli oligarchi, ai gruppi multinazionali che possono farne ciò che vogliono. E la nostra Unione Europea non ha finanziato un motore di ricerca, nostro e indipendente, non ha neanche pensato di costruire una AI libera e indipendente. Perdono tutto il tempo a esaminare la normativa sulla produzione di latte o far uscire norme che solo loro capiscono. Forse il vero problema che il mondo non è governato da statisti. Ora sono tutti dei nani. Ricordo anche che la prima vittoria sul fascismo in Europa, quella di Parma del 1922, è stata ottenuta anche attraverso l’idea politica di Guido Picelli del “Fronte Unico”. Ora bisticciano per un insignificante “campo largo”.
Ed esiste l’Archivio storico Bocchi.
Conserva opere d’arte, documenti, fotografie, oltre 1.000 ore di filmati e altro materiale che ho acquistato perché mi serviva per il mio lavoro. Sulla guerra di Spagna, sulla Prima e la Seconda Guerra Mondiale, sulla guerra di Algeria. Adesso stiamo digitalizzando tutto. Per il momento ha sede a Parma ma probabilmente lo sposterò a Roma.
L’Archivio Storico Bocchi conferisce tre premi internazionali.
C’è il Premio Giacomo Ferrari, “La Resistenza e le resistenze”. Lo assegniamo ogni 25 Aprile. In passato è stato dato per esempio alla partigiana Teresa Vergalli e a Elena Kostyuchenko, una scrittrice molto brava che ha dovuto fuggire a Putin. Il premio è duplice, per legare la nostra Resistenza, i valori della nostra lotta di Liberazione alle nuove resistenze nel mondo. Dico come esempio: lo abbiamo assegnato a Mario Fiorentini, il gappista, e insieme a Davide Grasso, il filosofo-scrittore andato a combattere contro l’Isis nelle file della resistenza curda. Poi c’è il Premio Guido Picelli, si assegna a ottobre, mese di nascita di Picelli. È un premio sulla ricerca storica. L’ultimo è stato dato a Eric Gobetti, l’anno prima a Marcello Flores e Mimmo Franzinelli. Il terzo Premio, iniziato nel 2020, è intitolato a Mario Bocchi ed è per “l’arte di impegno civile”. Conferito ad artisti come Regina José Galindo, una grandissima creatrice guatemalteca, coraggiosa autrice di opere molto importanti contro la dittatura in Guatemala.
Prossimo progetto a breve?
Sto preparando un documentario su due grandi personaggi che hanno partecipato alla guerra di Spagna, entrambi grandi pensatori e tra i primi antifascisti stranieri a partire, avevano combattuto insieme e sono morti a poche settimane di distanza: Camillo Berneri, filosofo anarchico, e Carlo Rosselli. L’uno giustiziato a Barcellona nel maggio 1937 con l’accusa di essere un controrivoluzionario, e il fondatore di Giustizia e Libertà, che aveva beffato 27 volte il fascismo, rientrato in Francia dal fronte d’Aragona, ucciso con il fratello Nello dalla Cagoule a Bagnoles-de-l’Orne in Normandia, per ordine di Galeazzo Ciano. Due giganti del pensiero di sinistra che andavano alla ricerca di un socialismo libero, che potesse aiutare tutti. Sulla loro fine ho trovato nuove fonti.
Pubblicato martedì 4 Agosto 2026
Stampato il 04/08/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/interviste-2/da-parma-alla-spagna-lultima-barricata-di-guido-picelli/





