Presentazione della Costituzione Italiana al Presidente Enrico De Nicola, 22 dicembre 1947

Roma, Assemblea Costituente, 1947. Concetto Marchesi relaziona per la I Sottocommissione, presentando la memoria “Principii costituzionali riguardanti la cultura e la scuola”. Affronta così una questione destinata a segnare il futuro del Paese: il diritto all’istruzione e il ruolo della cultura e della scuola pubblica in una democrazia. Antifascista, latinista tra i più autorevoli del suo tempo e protagonista della Resistenza, Marchesi guarda alla scuola come a uno strumento di emancipazione civile e di progresso sociale. La Repubblica non può limitarsi a garantire le libertà formali ma deve offrire a tutti i cittadini la possibilità di sviluppare le proprie capacità, abbattendo gli ostacoli economici e sociali che impediscono ai più meritevoli di accedere agli studi.

Concetto Marchesi in una foto del 1953

Nel suo intervento, così lungo e ricco di ideali e suggestioni, Marchesi contrappone alla leva militare una diversa e più alta mobilitazione nazionale: la «leva delle intelligenze». Le ricchezze più preziose di una nazione, sostiene, non sono le armi né gli eserciti, ma il patrimonio di talento, conoscenza e cultura custodito nelle nuove generazioni. È compito dello Stato individuare queste energie, coltivarle e metterle al servizio della collettività. Non è un caso che la Costituzione sancisca una scuola aperta a tutti e garantisca ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, il diritto di raggiungere i più alti livelli dell’istruzione. Perché il futuro della democrazia si costruisce anzitutto nelle aule scolastiche, nelle università e in tutti i luoghi della conoscenza, dove si formano cittadini liberi, consapevoli e interessati della vita democratica.

Di seguito un estratto della relazione. 

Non sembrerà esagerato affermare che quello scolastico si presenterà subito all’Assemblea legislativa come uno dei problemi capitali della rinascita del Paese, se si pensa che attraverso la scuola vengono gli esperti della tecnica, della cultura, della produzione, della pubblica amministrazione: che nella scuola si formano e si formeranno non solo gli artefici della vita sociale ma gli artisti della vita spirituale. Ed è problema che si potrà risolvere oltre la cerchia dei partiti, su un campo dove tutti possono convenire gli uomini di buona volontà. Perché ogni uomo di buona fede e di buona volontà si è accorto che l’Italia è da molto tempo travagliata da una doppia crisi di eccedenza e di carestia eccedenza di incompetenti, di inabili, di spostati: carestia di energie competenti e produttive. L’Italia ha un tumore che è necessario estirpare al più presto: il tumore dottorale: è il paese che ha un enorme, ridicolo numero di dottori. E in verità non occorre chiamarsi socialisti o comunisti per riconoscere che i tre quarti della popolazione sono sottratti alla prova dell’attività intellettuale.

La leva in massa degli eserciti è stata fatta da secoli, la leva dell’intelligenza mai. Ed importa all’Italia che questi milioni d’Italiani entrino nel circolo della vita nazionale. Chi darà i mezzi per questa leva dell’intelligenza? Si troveranno: non già nelle elargizioni di mecenati milionari, ma nelle finanze dello Stato che provvederà a premere nei giusti limiti e con le dovute gradazioni sulle private fortune; si troveranno nel concorde tributo di tutti i cittadini che sentiranno nella scuola il presidio della Nazione. Se i nostri bilanci militari dovranno essere contratti o aboliti, siccome impongono i vincitori, accettiamo con animo equo questa necessità che ci permette intanto di preparare e di addestrare nella scuola aperta al popolo i futuri reggitori e artefici dei nostri destini.

Le democrazie di quasi tutto il mondo hanno fatto uguale il diritto, ma hanno lasciato solo ai meno la possibilità di esercitarlo.

Uno Stato che cerchi economie nei bilanci per la pubblica istruzione è uno Stato nemico della civiltà, oltre che della propria sicurezza.