Vladimir Lenin

L’idea centrale del pensiero rivoluzionario di Lenin era la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, un disegno politico maturato negli anni di esilio (1). Nel gennaio 1913 scrive allo scrittore Maksim Gor’kij: “Una guerra tra Austria e Russia sarebbe molto vantaggiosa per la rivoluzione (in tutta l’Europa orientale), ma è improbabile che Francesco Giuseppe e Nicola ci concedano questo piacere” (2). Quando la guerra divenne realtà Lenin capì che era arrivata l’ora della rivoluzione: “La guerra ha indubbiamente creato la crisi più acuta e ha incredibilmente aggravato le sofferenze delle masse […] Il nostro dovere è quello di contribuire a comprendere questi sentimenti, ad approfondirli e a formularli. Questo compito si esprime correttamente solo con la parola d’ordine: trasformare la guerra imperialista in guerra civile, perché qualsiasi lotta di classe coerente in tempo di guerra, qualsiasi tattica di azione di massa seriamente perseguita, conduce inevitabilmente a questo”.

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Nelle lettere a Shlyapnikov di questo periodo, Lenin spiega: “Lo slogan della ‘pace’ è sbagliato: lo slogan dovrebbe essere la trasformazione della guerra nazionale in rivoluzione proletaria. Non il sabotaggio della guerra, ma la trasformazione della guerra in conflitto di classe […] Non il sabotaggio della guerra, ma la lotta contro il capitalismo. L’obiettivo è quello di indirizzare l’azione (persistente, sistematica e forse a lungo termine) verso la trasformazione della guerra nazionale in lotta di classe. Lo slogan della pace, a mio avviso, è inappropriato in questo momento. È uno slogan filisteo, sacerdotale. Lo slogan proletario deve essere: la lotta di classe” (3). Nella successiva lettera ad A.G. Shlyapnikov, datata 31 ottobre 1914, precisa: “Il nostro programma è la Rivoluzione […] lo predichiamo e lavoriamo per realizzarlo… L’incitamento all’odio verso il nostro governo invoca la lotta di classe” (4).

La locomotiva che trainava il treno con cui Lenin arrivò alla stazione di Finlandia a Pietrogrado nell’aprile del 1917 non è stata conservata. Pertanto, la locomotiva n. 293, con cui Lenin fuggì in Finlandia e poi tornò in Russia più tardi nello stesso anno, funge da reperto permanente, installata su un binario della stazione

Lenin aveva maturato la convinzione che in una guerra imperialista, una classe rivoluzionaria non può fare a meno di desiderare la sconfitta del proprio governo e riteneva questo ragionamento un assioma perché l’azione rivoluzionaria contro il proprio governo in tempo di guerra significa indubbiamente e innegabilmente non solo il desiderio della sua sconfitta, ma anche, di fatto, il sostegno a tale sconfitta. Con questo programma arrivò in Russia nel 1917, in un vagone ferroviario sigillato, pronto a vincere la Rivoluzione a cui aveva dedicato tutta la vita. Aveva capito chiaramente che in caso di vittoria lo zarismo, come qualunque altro regime, sarebbe stato rafforzato per un tempo indefinito. Al contrario, in caso di sconfitta i soldati mandati al massacro si sarebbero resi conto di essere solo carne da cannone, si sarebbero ribellati agli ufficiali, avrebbero disertato per tornare nei loro paesi e alle loro famiglie e capito la necessità di cambiare il sistema politico-repressivo che li condannava a morire nelle trincee.

Omar Sharif e Julie Christie in una scena del film il Doctor Zivago (1965)

Ricordate nel dottor Zivago la scena in cui Evgnenji si arruola per ordine del Partito col compito di sabotare l’esercito zarista e l’altra in cui i disertori fuggono dal fronte e si incontrano con le nuove truppe per il fronte? Un ufficiale arringa i soldati e Evgenij prende in mano la situazione e gli dice: “Ufficiale! Tu difendi il tuo stato, non il nostro!”. L’ufficiale non sa cosa rispondere, Evgenij gli spara e guida i soldati alla salvezza lontano dai cannoni tedeschi. Sono momenti emblematici, drammatici, straordinari dove il pensiero politico di Lenin si materializza nell’immagine cinematografica in tutta la sua intensità. Un fatto che ricorda un episodio a Santo Stefano Magra alla Spezia accaduto il 13 giugno 1919 quando gli anarchici organizzarono un comizio e il maresciallo dei carabinieri vietò il comizio, ma l’anarchico Dante Carnesecchi uscì dalla folla gridando: “Ma chi è Lei un prefetto, un viceprefetto? Lei è nulla, vada via! Autorità più non ve ne sono, comandiamo noi! Vogliamo fare come in Russia!”. Scoppiarono quattro colpi di rivoltella e un vicebrigadiere e un carabiniere furono uccisi (5).

Lenin è stato il lucido architetto della Rivoluzione russa e tutto il suo pensiero politico si fonda su presupposti logici: 1) che la guerra del 1914-1915 era una guerra imperialista; 2) che il proletariato aveva il compito storico di trasformare la guerra imperialista in rivoluzione; 3) che i movimenti rivoluzionari in tutti i Paesi belligeranti erano in grado di coordinarsi e cooperare tra loro e fermare la guerra. Lenin riteneva che i socialdemocratici russi avrebbero dovuto essere i primi a proporre la teoria e la pratica della sconfitta perché la natura della guerra imminente nella tendenza del capitalismo nei principali Paesi occidentali è di espandere il proprio potere su scala globale ed esiste un inscindibile legame tra l’agitazione rivoluzionaria contro il governo e il contributo alla sua caduta.

Partendo da questi presupposti delineò le caratteristiche principali dell’imperialismo capitalista, che trascina i popoli nell’abisso della guerra per la spartizione del mondo e che indipendentemente dalla vittoria o dalla sconfitta di questo o quel paese, il proletariato sarebbe stato comunque sconfitto se si fosse lasciato trascinare da slogan sciovinisti, perché esistono due tipi di guerra: una è la guerra per gli interessi dei capitalisti, contro la quale il proletariato deve combattere con tutte le sue forze, l’altra la guerra di quando il popolo, le classi oppresse, lottano per liberarsi dal giogo: questa guerra, è la guerra rivoluzionaria, che deve essere sostenuta dal proletariato di tutto il mondo.

Caporetto, la disfatta del regio esercito italiano

Ciò che sorprende in uno stratega freddo e lucido come Lenin è la dimensione etica della solidarietà di classe, un sentimento di fraternità che lascia intravvedere un’umanità profonda per gli sconfitti dalla storia. In esilio in Svizzera il leader comunista scrive: “Pochi ufficiali non possono tenere a bada molti proletari armati a cui la divisa non avrebbe tolto lo spirito rivoluzionario”. In Russia le cose andarono proprio così. I bolscevichi trasformarono la guerra imperialista in Rivoluzione e l’esercito sconfitto si ribellò ai comandi militari e riuscì ad abbattere lo zar. In Italia i proletari diventati soldati persino dopo Caporetto fucilarono i loro compagni proletari obbedendo ai comandi criminali dei loro generali. Nessuna solidarietà di classe immaginata da Lenin, ma neppure nessun rispetto umano o cristiano verso l’altro. I soldati-proletari non ebbero pietà dei loro compagni. Obbedirono e li uccisero (6).

I cappellani militari, presenza inquietante nell’esercito, non si opposero alle decimazioni. Obbedienti ai generali che fucilavano soldati ragazzini si limitarono a benedirli e a perdonarli per i loro peccati e assistettero senza lacrime alla loro morte. Nessuno di loro chiese pietà e invocò il Vangelo davanti ai plotoni d’esecuzione. Tacquero. Alla pietà preferirono l’obbedienza. I socialisti, come diremo più avanti, avevano sposato la causa nazionalista. L’Italia socialista e cattolica si trovava unita a giustificare la stessa barbarie, entrambe avevano scelto di sacrificare migliaia di giovani agli interessi della borghesia. Un tradimento che peserà drammaticamente sul destino dell’Italia. Vero è che quando scoppia la guerra le masse operaie e contadine non vogliono mandare i loro figli a morire. È un momento storico irripetibile. In Italia spontaneamente esplodono ovunque scioperi, proteste operaie, l’esercito regio formato da proletari è incaricato della repressione.

Nella foto, al centro, Lenin e Trotsky

E quando scoppia la Rivoluzione russa il Psi sceglie la formula “Meglio Wilson di Lenin”, con l’esaltazione del presidente statunitense, dei suoi “Quattordici punti”, senza mai cogliere gli obiettivi imperialistici dell’intervento nel conflitto. Da Harvard, Salvemini arriverà a definire Wilson il ministro degli Esteri della democrazia mondiale. Il Psi, partito storico e burocratizzato senza una visione politica alternativa al regime borghese, non capisce cosa sta succedendo, incapace di decidere e di elaborare un programma è superato a sinistra dalla piazza. Sceglie come parola d’ordine un ossimoro tra il surreale e il pilatesco: “Né aderire, né sabotare!” (7). Non viene indetto neppure uno sciopero generale di protesta all’entrata in guerra! Eppure, il 1° maggio del ’15 nella sola Torino 100mila operai protestarono contro la guerra imminente!

Filippo Turati

Da un lato Turati, Treves, Prampolini, il gruppo parlamentare del partito, la Cgdl (Confederazione Generale del Lavoro) di Rinaldo Rigola sono accecati dal mito difesa della patria invasa, dall’altro Giacinto Menotti Serrati e Costantino Lazzeri non riescono a elaborare un concreto piano rivoluzionario per conquistare il potere. È vero che l’Avanti! di tanto in tanto lanciava qualche retorico appello alla pace per compiacere le masse contadine-operaie che volevano la pace, ma il Psi nelle decisioni importanti di fatto sceglie la collaborazione alla guerra, la repressione dei movimenti pacifisti, tradisce le istanze che vengono dagli operai e dai contadini.

Il 24 maggio anche l’Avanti!: “Non patteggeremo con il nemico […] Spontaneamente ci ritiriamo in disparte”. Posizione condivisa dalla Federazione giovanile socialista che dichiara che nell’interesse supremo della nazione anche i giovani socialisti avrebbero cooperato materialmente e moralmente al miglior esito della guerra. E ancora Francesco Zanardi sindaco della rossa Bologna anche lui infiammato di patrio ardore ordina di esporre il tricolore sulla torre di Palazzo Accursio fino a quando la guerra non fosse terminata. Non solo, ma collabora attivamente per sciogliere le tensioni sociali fino a essere celebrato come il sindaco del pane e con l’appoggio della giunta comunale e lancia un appello in cui propone che durante la guerra la vita civile continui calma e dignitosa, cioè senza scioperi o proteste, fino all’auspicata vittoria. Parole rassicuranti per gli agrari e gli industriali che avranno mano libera nello sfruttamento lavoro, molto meno per i giovani per i quali la prospettiva è morire in trincea.

Amadeo Bordiga

Solo Bordiga, sempre su l’Avanti!, rielabora la celebre massima del teorico militare Carl von Clausewitz e dichiara senza mezzi termini che “la guerra non è che la continuazione della politica borghese con altri mezzi, e il proletariato non ha patria da difendere, ma da abbattere e che il dovere del proletariato e dei suoi dirigenti è di opporsi a tutte le guerre”. Ben diversamente la classe dirigente dell’epoca aveva capito chiaramente il pericolo di una possibile saldatura tra gli ammutinamenti dei soldati nella rivolta della Brigata Catanzaro dell’agosto ’16, con le lotte operaie esplose a Torino nell’agosto del ’17 e la diserzione in massa delle truppe a Caporetto sempre nel drammatico agosto del ’17. Dirà Leo Valiani: “Il solo istante in cui, durante la guerra, un moto rivoluzionario sarebbe stato oggettivamente possibile in Italia, si ebbe con Caporetto” (8).

La rivolta a Torino dell’agosto 1917

Il 21 agosto ’17 a Torino scoppiano moti spontanei contro la guerra. Questo fu l’unico straordinario esempio in Europa occidentale, tra tutti gli Stati coinvolti nel conflitto, dove operai, contadini, donne, giovani arrivarono a scontri armati con l’esercito e la polizia. Da tempo, la situazione nel capoluogo piemontese era politicamente in fermento perché da settimane mancava il pane e dal 20 agosto c’era carenza di tutto. I sindacalisti tra cui Bruno Buozzi lavoravano per calmare la folla. Inutilmente! La rabbia popolare esplose più forte e, come a San Pietroburgo, la protesta parte dalle operaie a cui si unisce tutta la città al grido “Prendi il fucile e gettalo (giù) per terra, vogliam la pace, vogliam la pace, mai vogliam la guerra!”.

La foto è del 1922, nei giorni della Marcia su Roma. Alla destra di Mussolini è il generale Emilio De Bono

La polizia dà l’assalto Camera del Lavoro con mitragliatrici e autoblinde, ma i moti non si fermano e nelle piazze si sono 35 morti tra gli operai e 3 tra i soldati. Una battaglia disperata. Il proletariato è solo, abbandonato e senza guida, represso con ferocia dal generale Emilio De Bono, futuro quadrunviro della Marcia su Roma. Il 23 arriva a Torino l’on. Luigi Morgari, leader del socialismo torinese, per incontrare il prefetto e rassicurarlo circa le buone intenzioni del Psi. Il 24 arriva anche Serrati, direttore dell’Avanti!, e riparte senza concludere nulla. L’esercito e la polizia schiacciano la rivolta popolare. Terminati i moti, alcuni socialisti arrivano persino a collaborare con il generale Roberto Sartirana, comandante della piazza di Torino, e invitano gli operai a tornare al lavoro e proseguire la produzione bellica, tanto cara agli industriali.

Caporetto, la disfatta

Il 24 ottobre 1917, nel giorno in cui comincia la tragica battaglia di Caporetto, migliaia di proletari e soprattutto di contadini si ribellano agli ufficiali che li mandano al macello in nome della spartizione del globo da parte dei predoni capitalisti (9). Scrive Piero Melograni che “l’emozione provocata dalle prime notizie della disfatta indusse i riformisti del Psi, il gruppo parlamentare, le amministrazioni comunali, la Cgdl, ad esprimere in forme più decise che nel passato la solidarietà con i valori nazionali” (10).

Il 25 ottobre la stampa fu sospesa. Arriviamo al 1° novembre ’17 quando il gruppo parlamentare socialista vota un ordine del giorno in cui dopo aver approvato l’assistenza e il soccorso a favore dei profughi veneti si assume spontaneamente il compito nel diffondere nelle popolazioni la calma necessaria a superare questa ora angosciosa. È un momento drammatico, decisivo per le classi subalterne, ma Turati dichiara: “Quando la patria è oppressa le stesse proletarie libertà debbono essere difese dalla minacciante rapina del nemico trionfante e barbaro, come tutti i vincitori”. Analogamente Rigola, segretario della Cgdl dichiara: “Il popolo italiano deve raccogliersi in un supremo sforzo di volontà per respingere l’assalitore […] Quando il nemico calpesta il nostro suolo, abbiamo un dovere, quello di resistergli. Una decisione contestata dallo storico e partigiano Renzo Del Carria che scrive: “Potremmo dire che Turati confondeva la guerra per la difesa del popolo con la guerra in difesa dei padroni del popolo” (11).

Gaetano Salvemini

Il mito della patria in pericolo abbaglia lo stesso Gaetano Salvemini socialista, meridionalista, antigiolittiano, che dichiara: “Resistere. Resistere ad ogni costo avendo fede incrollabile nell’esito finale, ricordando sempre che la vittoria – quella decisiva – arride non a chi occupa più terra, ma a chi sa rimanere più a lungo nella battaglia”. Siamo al tramonto della strategia di classe che aveva visto la nascita del partito socialista. La guerra è diventata ormai necessaria per la difesa del territorio nazionale e Filippo Turati e Claudio Treves chiamano i lavoratori e il popolo alla solidarietà nazionale.

Mentre sul Monte Grappa i ragazzi muoiono come mosche, come racconta Emilio Lussu (12), Filippo Turati e Claudio Treves lontani dalle trincee pontificano in Parlamento: “Voi avete detto, onorevole Orlando: ‘Grappa è la nostra patria!’ Orbene, ciò è per tutti noi, per tutta l’Assemblea! [… ] le ore difficili le attraversiamo anche noi, le ore dell’angoscia le viviamo anche noi [… ] noi non crediamo che la guerra possa condurre a quei fini che voi credete […] Grappa è la nostra patria, ma la patria si serve da ciascuno secondo i propri ideali e la propria coscienza” (13).

Nel giugno 1918, nel momento della battaglia del Piave, Turati dichiara non era l’ora delle discussioni teoriche, delle recriminazioni e delle polemiche, perché non è l’ora delle parole, mentre lassù si combatte, si resiste, si muore, per così vasto e profondo arco di confine italiano, e le nostre anime sono tutte egualmente protese nella angoscia, nella speranza, nello scongiuro, nell’augurio. Conclude l’intervento affermando che non avrebbe votato la fiducia al governo, ma esprime la solidarietà anche dei socialisti con l’esercito che in questo momento combatte per la difesa del Paese. Noi ci sentiamo tutti rappresentanti della nazione in armi, e i socialisti si sentono “anche più di altri”, i rappresentanti di “questo popolo che oggi soffre, combatte e muore. Il fervore nazionalista aveva ormai travolto tutta la sinistra, persino Anna Kuliscioff, che scrive a Turati: “Ma in questo doloroso frangente, colpita l’Italia tutta dalla sorte avversa, il vostro dovere di socialisti e di italiani è di combattere per la liberazione del nostro Paese” (14).

Il caporale Benito Mussolini in trincea sul Carso

Una dichiarazione a cui fa eco Mussolini schierato col nazionalismo che lancia un appello alla classe operaia italiana a mobilitarsi perché se i criminali della Mitteleuropa riusciranno a frantumare la nostra resistenza agli operai non resteranno che gli occhi per piangere. Nel febbraio del ’18 mentre Serrati, Lazzari, Bombacci. Abigaille Zanetta e altre centinaia di quadri minori sono arrestati con l’accusa di disfattismo, Turati non avverte la drammaticità del momento, interviene alla Camera e dichiara: “Voi avete detto onorevole Orlando: Grappa è la nostra Patria! Ciò è per tutti noi, per tutta l’assemblea. (Seguono ovviamente vivi applausi da tutta la Camera per questo aiuto gratuito del Psi). A giugno ’18, nel momento della Battaglia del Solstizio, Turati alla Camera insiste nel ribadire che le anime dei socialisti battevano all’unisono con quelle di tutti gli altri partiti. Anche questa volta il discorso fu applaudito da tutto il Parlamento e Leonida Bissolati lasciò i banchi del governo per abbracciare quello che ingiustamente aveva sempre ritenuto un “nemico dello Stato”.

Antonio Gramsci

In questo contesto drammatico, nel novembre ’17, la Frazione Intransigente Rivoluzionaria aveva organizzato un convegno a Firenze, con la presenza di Bordiga, Gramsci, Fortichiari, Abigaille Zanetta ma anche di Serrati, Lazzari e altri centristi. Nonostante Gramsci, il gruppo di Ordine Nuovo e Bordiga fossero stati d’accordo nel ritenere il momento opportuno per agire, perché proletariato nelle fabbriche era stanco ma era armato, il riformismo patriottico del Partito socialista impedì di applicare in Italia il progetto rivoluzionario di Lenin (15).

Italia 1920, è “il biennio rosso”

Nel dopoguerra, nel biennio 1919-20, la classe operaia italiana occupa le fabbriche e i contadini le terre, ma il momento rivoluzionario è passato e mentre le squadracce fasciste occupavano il territorio, gli Arditi del popolo venivano isolati politicamente e il partito socialista il 3 agosto 1921 firmava il patto di pacificazione con i fascisti (16). A Caporetto e nei moti di Torino. Milano Genova e in altre città non c’era ancora il partito rivoluzionario capace di dare guidare gli scioperi e le proteste di piazza. I massimalisti non riescono a dare alle lotte operaie una prospettiva politica e la Cgdl si limita a proporre obiettivi solo di carattere salariale.

Lo scrittore Cuzio Malaparte si era arruolato volontario nella Grande guerra

A intuire la potenzialità rivoluzionaria della disfatta di Caporetto fu invece Curzio Malaparte, che rompendo gli schemi della dilagante retorica patriottica definì Caporetto La rivolta dei santi maledetti fatta dai soldati semplici proletari contro le classi dirigenti borghesi (17). Intellettuale non marxista capì la situazione senza conoscere Lenin semplicemente osservando la realtà. Malaparte ritenne infatti che il ’17 non fu l’inizio della rivoluzione italiana, come in Russia, per mancanza di capi che la sapessero dirigere. Emblematico che nelle drammatiche vicende del dopoguerra combatte per il rinnovamento della società italiana e vede coma soluzione la sostituzione della vecchia classe dirigente incapace non nei socialisti ma in quei buoni ufficiali delle trincee e dei reticolati, i francescani, i “pastori del popolo”, che dopo la guerra aderiranno in gran parte al fascismo, come farà lo stesso Malaparte.

Smarrita ogni possibilità di conquista del potere da parte della sinistra, la borghesia reazionaria trova una soluzione nella macchina criminale del fascismo, che schiaccerà il proletariato urbano e rurale trascinando l’Italia in un baratro per 20 anni.


NOTE

(1) Lenin, V.I (1915), Il socialismo e la guerra, in Opere complete, vol. 21, Editori Riuniti, Roma, 1966.
(2) Lenin, V.I. Compendio delle opere socialiste, quinta edizione, vol. 48. 1915
(3) Lenin, V.I. Socialismo e guerra, scritto tra luglio e agosto 1915.
(4) Lettera ad A.G. Shlyapnikov, 17 ottobre 1914. Opre complete, vol. 49. Cfr. Lenin, V.I. (1915) Sulla sconfitta del proprio governo nella guerra imperialista, in Opere complete, vol. 21 Roma: Editori Riuniti, 1966.
(5) Bucci, F., Bugiani, R., Lenzerini, M., Dante Carnesecchi Dizionario biografico degli anarchici italiani, Tomo I, Pisa, BFS, 2003, pp. 325-326.
(6) Ceccarini, V. su Patria Indipendente
(7) Restelli, G., Il Biennio Rosso in Italia nell’ipotesi strategica di Lenin
(8) Valiani, L., Tutte le strade conducono a Roma, Bologna, Il Mulino, Bologna, 1995.
(9) Lenin, V.I. Opere complete dell’Unione Sovietica, op.loc.cit.
(10) Melograni P., Storia politica della Grande guerra, Laterza, Bari, 1969.
(11) Del Carria Proletari senza rivoluzione, Feltrinelli, Milano, 1966.
(12) Lussu, E., Un anno sull’altopiano, Einaudi Torino , 1938. La storia è raccontata poi nel film Uomini contro di Franco Rosi, nel 1970. con Gianmaria Volontè.
(13) Turati, F. e Treves, C., Proletariato e resistenza, in Critica Sociale del 1-15 novembre 1917.
(14) Kuliscioff. A., Carteggio Kuliscioff-Turati, Lettera 10 novembre 1917.
(15) Restelli, G., Il Biennio Rosso in Italia nell’ipotesi strategica di Lenin.
(16) De Felice, R , Mussolini il fascista. La conquista del potere, (1921-25), Einaudi, Torino, 1966. Balsamini, L., Gli Arditi del popolo. Dalla guerra alla difesa proletaria contro il fascismo (1917-22), Galzerani Editore, Casalvellini Scalo, 2022.
(17) Malaparte, C,, Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti, La Voce, Firenze, 1921.
(18) La firma per conto del PCd’I sezione della Terza Internazionale fu apposta da Vincenzo Bianco, un dirigente comunista poi sospeso da ogni incarico di partito e relegato nella redazione dell’Unità come traduttore della Pravda.
(19) Baduel, U., Un protagonista di 70 anni di lotta, in L’Unità, 2 agosto 1980.
(20) Martinelli, R,. Bianco Vincenzo, in Franco Andreucci, Tommaso Detti, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico. 1853-1943, vol. I, Roma, Editori Riuniti, 1975, pp. 293–295.