Ad un certo punto noi giovani sentiamo la necessità di creare qualcosa che riguardi noi e tutti quanti i giovani della nostra generazione, esaltante la Resistenza ed aderente alla lotta che conduciamo. Sarà la nostra storia e traccerà le dure vicende della vita partigiana e gli ideali che la sostengono. Su questi presupposti Cini prende l’iniziativa e un bel giorno comincia a scrivere delle parole su un foglio di carta biancastra da impaccare. […] Noi facciamo circolo attorno a lui proponendo e suggerendo vocaboli e argomenti. Dopo alcuni giorni la bozza è stesa. In distaccamento c’è uno studente di musica ventenne, Lanfranco, al quale viene consegnato il testo delle parole che si porta appresso durante il servizio di sentinella sul monte Pracaban. Al ritorno le note sono vergate su un pezzo di carta da pacchi. Siamo i ribelli della montagna diventa così la nostra canzone, la canzone del Quinto Distaccamento.

Partigiano Carlo Domenech

Partigiane fiorentine cantano sotto la pioggia alla cerimonia per la consegna delle armi (Firenze, 7 settembre 1944) (da http://www.istoreto.it/wp-content/uploads/2015/09/V-W-1.jpg)

Ecco che con le canzoni si racconta anche la storia del nostro Paese. Si racconta la storia di una generazione di giovani che ha scelto la vita partigiana e degli ideali che quella vita hanno forgiato. Sono innumerevoli i canti scritti negli anni della lotta e diverse le tematiche che affrontano. Ci sono quelli animati da sentimenti patriottici, che inneggiano a un’Italia liberata dal giogo dello straniero. Quelli che interpretano la Resistenza come una guerra fratricida, di fascisti e antifascisti divisi e martoriati. Canti che hanno per tema la montagna e le battaglie cruente che lassù si sono combattute. Oppure il risentimento verso la vecchia classe dirigente corresponsabile di tutto quel sangue versato. E poi ci sono i ritratti: di ragazzi che abbandonano casa e famiglia per andare a combattere, che marciano col fucile in spalla, che resistono alla fame, al freddo, che non si arrendono. Scarpe rotte e pur bisogna andar.

Testimonianze in musica e parole, questi canti, ancora oggi sono Storia. Insegnano. Così, intonarli significa continuare a incidere, lasciare un segno per gli anni a venire, una traccia sempre viva.

Eccone una selezione.

 

Dalle belle città o Ribelli della montagna (1944) è l’inno della III Brigata d’assalto garibaldina in Liguria che venne quasi completamente distrutta il 6 aprile 1944. Il canto diventerà poi l’inno della Brigata Mingo. Autore delle parole è Emilio Casalini “Cini”; della musica, invece, tra le poche completamente originali, è Angelo Rossi detto Lanfranco che la compose durante i turni di guardia. Come per molte altre canzoni nate sul campo di battaglia, però, i testi sono il frutto della collaborazione dei numerosi partigiani presenti. [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., Canti della Resistenza italiana, Milano, Rizzoli, 1985, p. 148 e G. Lanotte, Cantalo forte, Stampa Alternativa, 2006, p. 56].

La cantano i Modena City Ramblers con i Bandabardò in Appunti partigiani (2005):

Üstmamò, gruppo dell’Appennino reggiano, la incide nell’album Materiale Resistente (1995):

Dalle belle città date al nemico/fuggimmo un dì su per l’aride montagne,/cercando libertà tra rupe e rupe,/contro la schiavitù del suol tradito.

Lasciammo case, scuole ed officine,/mutammo in caserme le vecchie cascine,/ armammo le mani di bombe e mitraglia,/temprammo i muscoli ed i cuori in battaglia.

Siamo i ribelli della montagna,/viviam di stenti e di patimenti,/ma quella fede che ci accompagna/sarà la legge dell’avvenir/ma quella fede che ci accompagna/sarà la legge dell’avvenir.

Di giustizia è la nostra disciplina,/libertà è l’idea che ci avvicina,/rosso sangue è il color della bandiera/partigian della folta e ardente schiera.

Sulle strade dal nemico assediate/lasciammo talvolta le carni straziate/sentimmo l’ardor per la grande riscossa,/sentimmo l’amor per la patria nostra.

Siamo i ribelli della montagna…

 

La Canzone del partigiano è una di quelle eseguite in pubblico al concorso musicale indetto dall’ANPI nell’immediato dopoguerra a Reggio Emilia nel 1947. Autore del testo: Giovanni Menozzi, tema musicale di Livio Gambetti. [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit., p. 105]:

Ricordi mamma quando ti lasciai,/tremava la tua mano nel saluto,/forse credevi rivedermi mai,/e invece vedi, mamma, son venuto.

Ho combattuto là sopra quel monte,/coi miei compagni e tanti ne morì,/ma per la patria e con il sole in fronte,/credimi, bello era morir così.

E m’era tetto il ciel/con tutte le sue stelle,/e m’era amico il gel,/amico per la pelle.

Ma quei nostri cuor/spuntava sempre il sol/al grido dell’amor,/la patria è che lo vuol.

E tante volte in una quieta sera/vedeva il cuor lontano il casolare/ma sempre fra quei boschi han sventolato/alti nel sole liberi i colori/di questa terra, perché mai piegato/giacque per lei l’amor dei nostri cuori/E m’era tetto il ciel…

 

Tra le più note si ricorda Dai monti di Sarzana, canzone dei partigiani anarchici del Battaglione Gino Lucetti, attivo nel Carrarese e attorno a Sarzana. Il canto è stato riferito nel 1962 a Roberto Leydi da due partigiani di Carrara. Di Gino Lucetti si sa che fu l’anarchico che nel 1926 fece un attentato a Mussolini lanciandogli una bomba nei pressi di Porta Pia a Roma. Arrestato, venne condannato l’anno successivo dal Tribunale Speciale a 30 anni. Nel 1943, mandato al confino ad Ischia, morì sotto un bombardamento alleato [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit., p. 145].

La canta Ivan della Mea:

Margot, voce femminile di Cantacronache:

I torinesi Youngang in Canzoni ribelli:

Momenti di dolore,/giornate di passione,/ti scrivo cara mamma,/domani c’è l’azione/e la brigata nera,/noi la farem morire.

Dai monti di Sarzana/un dì discenderemo/all’erta partigiani/del battaglion Lucetti.

Il battaglion Lucetti/son libertari e nulla più/coraggio e sempre avanti/la morte e nulla più./Coraggio e sempre avanti/la morte e nulla più.

Bombardano i cannoni/dai monti sarzanesi/all’erta partigiani/del battaglion Lucetti/più forte sarà il grido/che salirà lassù/fedeli a Pietro Gori/noi scenderemo giù./Fedeli a Pietro Gori/noi scenderemo giù.

 

Fischia il vento (1943), tra le canzoni più cantate di sempre, il testo è opera dal giovane medico ligure, poeta e comandante partigiano, Felice Cascione. La melodia, invece, viene dalla canzone popolare sovietica Katjuša, composta nel 1938 da Matvei Blanter e Michail Isakovskij. Fischia il vento sarà diffusa dopo l’8 settembre 1943 tra l’alta valle di Andora-Stellanello in località Passu du Beu alle spalle del Pizzo d’Evigno e successivamente sopra Curenna, nel Casone dei Crovi, nell’alta Valle di Albenga, dove era accampata la squadra partigiana comandata dal giovane medico ligure.

Alla squadra partigiana comandata da Felice Cascione si aggiunse Giacomo Sibilla, nome di battaglia Ivan, reduce dalla campagna di Russia, ove era incorporato nel 2º Reggimento Genio Pontieri. Nella regione del Don, Ivan aveva fatto la conoscenza di prigionieri e ragazze russe, e da loro aveva imparato la canzone Katjuša. Che portò con sé in Italia e al Passu du Beu ne abbozzò alcuni versi insieme a Vittorio Rubicone, Vittorio il Biondo. Le parole scritte da Felice Cascione poco tempo prima vennero adattate a quell’aria. [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit., p. 187].

Tantissime le versioni:

Modena City Ramblers:

Banda Bassotti:

I Reduci Partigiani e dei campi di concentramento:

Milva la intona alla fine di Bella Ciao (nella playlist è la settima) :

Perfino il gruppo rock demenziale bolognese Skiantos:

Fischia il vento e infuria la bufera,/scarpe rotte e pur bisogna andar/a conquistare la rossa primavera/dove sorge il sol dell’avvenir./A conquistare…

Ogni contrada è patria del ribelle,/ogni donna a lui dona un sospir,/nella notte lo guidano le stelle,/forte il cuor e il braccio nel colpir./Nella notte…

Se ci coglie la crudele morte,/dura vendetta verrà  dal partigian;/ormai sicura è già  la dura sorte/del fascista vile e traditor./Ormai sicura…

Cessa il vento, calma è la bufera,/torna a casa il fiero partigian,/sventolando la rossa sua bandiera;/vittoriosi, al fin liberi siam!/Sventolando…

 

I partigiani di Castellino è una canzone cantata sull’aria dell’Inno degli studenti universitari fascisti. Si sa che le parole furono scritte nel 1944 durante una marcia di trasferimento da Castellino (Cuneo) a Marsaglia, nell’Alta Langa [Cfr. Savona A. V., Straniero M.L., cit., p. 314].

Qui nella versione originale del gruppo di partigiani di Mondovì e registrata in Canti della Resistenza in Italia a cura di Cesare Bermani, Istituto Ernesto de Martino:

Al comando di Granzino,/dalle Langhe noi veniam/partigiani di Castellino/che la patria difendiam.

Barbe lunghe e scarpe rotte/un fucile nella man/noi pugniamo sempre giorno e notte/e l’onor ti vendichiam.

Quando il cammin si fa più duro/noi resistiam e non ci arrestiam/quando il ciel si fa più scuro/ allora noi cantiam!

Tra boschi e macchie nelle tane/come lupi noi viviam/aspra guerriglia/che da giorni e da mesi conduciam!

La nostra fede/sarà quella che sui vili vincerà/c’è una voce che dirà: «Viva i baldi, viva i veci /partigian di   Castellin!» 

C’è una voce che dirà: /«Viva i baldi, viva i veci/partigian di Castellin!»

 

Lassù sulle colline del Piemonte è la trasformazione della canzonetta Laggiù nel paradiso delle Haway da parte di alcuni studenti partigiani milanesi che ne riprendono la melodia. Esiste anche una versione dei partigiani dell’Appennino Emiliano: Lassù sulle colline di Bologna [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit., p. 238]:

La versione cantata da gruppi di partigiani delle Formazioni Autonome Mauri Monferrato:

Lassù sulle colline del Piemonte/ci stanno i partigiani a guerreggiar/guardando la pianura all’orizzonte/aspettano il momento di calar,/ma un dì pure tu laggiù ritornerai/la mamma e la bella abbraccerai,/ma un dì pure tu laggiù ritornerai/la mamma e la bella bacerai.

Lassù in un lontano casolare/la mamma con le mani giunte sta/pregando per il figlio che combatte/per dare all’Italia libertà/ma un dì pure tu laggiù ritornerai/la mamma e la bella bacerai,/ma un dì pure tu laggiù ritornerai/la mamma e la bella abbraccerai.

 

Orsù compagni di Civitavecchia racconta dei comunisti di Civitavecchia che dovettero abbandonare la loro città distrutta da innumerevoli bombardamenti aerei. Parte di loro andranno a costituire la formazione partigiana che avrebbe operato sui monti della Tolfa. Altri, invece, si raduneranno nel viterbese, nella zona circostante il paese di Bieda. Il testo del canto è di autore anonimo, mentre la musica è quella della canzone anarchica Inno della rivolta. Il canto è stato raccolto a Roma dalla voce di alcuni comunisti ex-detenuti nel carcere di Civitavecchia nel 1939 [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit., p. 508]:

Orsù compagni di Civitavecchia/è giunto alfine il dì de la riscossa:/corriamo ad innalzar la nostra vecchia/bandiera rossa!

Della città ribelle e mai domata,/su le rovine dei bombardamenti,/la Guardia Rossa suona l’adunata:/tutti presenti!

Vent’anni e più di tirannia fascista,/di carcere, confino e di bastone,/non hanno spento mai nel comunista

la convinzione.

La convinzione che la nuova era/il mondo condurrà a la redenzione./Un motto noi rechiam su la bandiera: “Rivoluzione!”

La dittatura del proletariato/sarà la giusta legge universale,/finché scomparirà l’iniquo Stato/del capitale!

 

Il partigiano o Il bersagliere ha cento penne è un adattamento di una canzoni militare, alpina, da parte di partigiani che ne hanno fatto una canzone di lotta per la Liberazione. Questo motivo nasce dai partigiani operanti sulle montagne liguri nel 1944, ma lo si ritrova in tutte le regioni dove avvenne la Resistenza. In questo canto si afferma la superiorità del partigiano sugli altri soldati, quelli regolari, che non hanno scelto quella vita: il partigiano è povero, non ha penne sul berretto, ma combatte per la libertà [Cfr. note al disco Questa seta che filiamo di Daisy Lumini e Beppe Chierici]:

Suggestiva la versione dei cuneesi alternative rock Marlene Kuntz che la incidono nell’ Album Materiale Resistente nel 1995:

Il bersagliere ha cento penne/e l’alpino ne ha una sola,/il partigiano ne ha nessuna/e sta sui monti a guerreggiar.

Là sui monti vien giù la neve,/la bufera dell’inverno,/ma se venisse anche l’inferno/il partigiano riman lassù.

Quando viene la notte scura/tutti dormono alla pieve,/ma camminando sopra la neve/il partigiano scende in azion.

Quando poi ferito cade/non piangetelo dentro al cuore,/perché se libero un uomo muore/che cosa importa di morir.

 

Pietà l’è morta è un brano che commuove. Il testo, steso collettivamente dai partigiani di Nuto Revelli sui monti cuneesi, è scritto sull’aria di Sul ponte di Perati e diventerà il canto della I divisione alpina Giustizia e Libertà, quando, dopo gli ultimi giorni del marzo 1944, il Comando aveva bandito un concorso per una canzone partigiana [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit., p. 338].

Anche questo canto è stato variamente reinterpretato:

Modena City Ramblers con la voce di Ginevra Di Marco (Appunti partigiani):

Gang:

Margot con il coro del Teatro Comunale di Bologna:

I Gufi:

Lassù sulle montagne bandiera nera:/è morto un partigiano nel far la guerra./È morto un partigiano nel/ far la guerra,/un altro italiano va sotto terra.

Laggiù sotto terra trova un alpino,/caduto nella Russia con il Cervino/caduto nella Russia con il Cervino.

Ma prima di morire ha ancor pregato:/che Dio maledica quell’alleato!/che Dio maledica quell’alleato!

Che Dio maledica chi ci ha tradito/lasciandoci sul Don e poi è fuggito/lasciandoci sul Don e poi è fuggito.

Tedeschi traditori, l’alpino è morto/ma un altro combattente oggi è risorto/ma un altro combattente oggi è risorto.

Combatte il partigiano la sua battaglia:/Tedeschi e fascisti, fuori d’Italia!

Tedeschi e fascisti, fuori d’Italia!/Gridiamo a tutta forza: pietà l’è morta!

 

Festa d’aprile è un brano composto da Sergio Liberovici e Franco Antonicelli sulla base degli stornelli trasmessi da Radio Libertà, emittente clandestina dalla provincia di Biella che fu attiva dall’autunno 1944 all’aprile 1945, gestita da partigiani.

Le trasmissioni comprendevano anche una parte musicale eseguita da una piccola orchestra e da un coro stabili che elaboravano stornelli, utilizzati come intermezzo nella lettura dei bollettini di guerra partigiani, delle notizie su avvenimenti locali e nazionali di rilievo, di lettere e saluti a casa [Cfr. G. Lanotte, Cantalo forte. La Resistenza raccontata dalle canzoni, Nuovi Equilibri Stampa Alternativa, 2006 e G. Vettori, Canzoni italiane di protesta 1794 – 1974, Roma, Newton Compton, 1975].

La si canta in versione folk, rock, elettro-pop.

Gang:

Giovanna Daffini:

Yo Yo Mundi:

Lo stato sociale:

È già da qualche tempo che i nostri fascisti/si fan vedere poco e sempre più tristi,/hanno capito forse, se non son proprio tonti,/che sta arrivare la resa dei conti.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia/per conquistare la pace, per liberare l’Italia;/scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;/evviva i partigiani! è festa d’Aprile.

Nera camicia nera, che noi abbiam lavata,/non sei di marca buona, ti sei ritirata;/si sa, la moda cambia quasi ogni mese,/ora per il fascista s’addice il borghese.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…

Quando un repubblichino omaggia un germano/alza il braccio destro al saluto romano./Ma se per caso incontra partigiani/per salutare alza entrambe le mani.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…

In queste settimane, miei cari tedeschi,/maturano le nespole persino sui peschi;/l’amato Duce e il Fuhrer ci davano per morti/ma noi partigiani siam sempre risorti.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…

Ma è già da qualche tempo che i nostri fascisti/si fan vedere spesso, e non certo tristi;/forse non han capito, e sono proprio tonti,/che sta per arrivare la resa dei conti.

Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia…

 

Canzone dell’otto settembre, canto ricavato sull’aria di una più antica ballata diffusa in tutto l’Appennino, Un bel giorno andando in Francia. Registrato da Roberto Leydi sull’Appennino modenese (Casola, frazione di Montefiorino) e da Cesare Bermani in Abruzzo, può essere considerato un canto di prigionia. Ma anche se riproduce il lamento in prima persona di un soldato, ritrae di riflesso la condizione dei civili. [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit., p.100].

La intona il gruppo padano di Piàdena in Canti della Resistenza in Italia a cura di Cesare Bermani:

L’otto settembre fu la data,/l’armistizio fu firmato,/mi credevo congedato/e alla mamma ritornai.

Al giorno dopo fu fallito/quel bel sogno lusinghiero,/mi hanno fatto prigioniero/e in Germania mi mandar.

Lunghi son quei tristi giorni/di tristezza e patimenti./Siam rivati a tanti stenti/che in Italia tornerò.

 

Col parabello in spalla è una canzone derivata dal canto degli alpini Col fucile sulle spalle, cantata soprattutto in Veneto, Liguria e Piemonte.

Si menzionano le bombe scippe, ordigni in uso nella prima guerra mondiale, prodotte dalla SIPPE (Società Italiana Per Prodotti Esplosivi). [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit.]

Questa la versione del Gruppo Popolare e Solisti dell’Oltrepo Pavese:

Col parabello in spalla/caricato a palla/sempre bene armato/paura non ho/quando avrò vinto/quando avrò vinto/

col parabello in spalla/caricato a palla/sempre bene armato/paura non ho/quando avrò vinto/ritornerò.

E allora il capobanda/giunta la pattuglia/mi vuol salutare/e poi mi disse/e poi mi disse/

e allora il capobanda/giunta la pattuglia/mi strinse la mano/e poi mi disse/«I fascisti son là».

E a colpi disperati/mezzi massacrati/dalle bombe scippe/i fascisti sparivano/gridando «Ribelli»/gridando «Ribelli»/

e a colpi disperati/mezzi massacrati/dalle bombe scippe/i fascisti sparivano/gridando «Ribelli/abbiate pietà!»

 

Quei briganti neri (1944) è un canto partigiano molto popolare nell’Ossola, con alcuni elementi testuali tratti da L’interrogatorio di Caserio [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit., p. 498].

La cantano i Gang:

e ve ne è una registrazione in Canti della Resistenza in Italia a cura di Cesare Bermani:

E quei briganti neri mi hanno arrestato,/In una cella scura mi han portato./Mamma, non devi piangere per la mia triste sorte:/Piuttosto di parlare vado alla morte.

E quando mi han portato alla tortura,/Legandomi le mani alla catena:/Tirate pure forte le mani alla catena,/Piuttosto che parlare torno in galera.

E quando mi portarono al tribunale/Dicendo se conosco il mio pugnale:/Sì sì che lo conosco, ha il manico rotondo,/Nel cuore dei fascisti lo cacciai a fondo.

E quando l’esecuzione fu preparata,/Fucile e mitraglie eran puntati,/Non si sentiva i colpi, i colpi di mitraglia,/Ma si sentiva un grido: Viva l’Italia!

Non si sentiva i colpi della fucilazione,/Ma si sentiva un grido: Rivoluzione!

 

La Badoglieide, canzone satirica anti-monarchica su Pietro Badoglio, è uno dei più noti canti della Resistenza antifascista italiana. Secondo la testimonianza di Nuto Revelli, il testo della canzone nacque la notte tra il 25 e il 26 aprile del 1944, da una improvvisazione sulla musica della canzonetta E non vedi che sono toscano? Si dice che in una grangia, deposito per la conservazione del grano, di Narbona, antico abitato tra le valli Grana e Maira, alcuni partigiani della quarta banda di Giustizia e Libertà presero parte alla stesura delle parole, dopo un grosso rastrellamento. Tra questi lo stesso Revelli, Ivanoe Bellino, Alberto e Livio Bianco, Nino Monaco.

Il testo ricorda diversi episodi della storia italiana di quegli anni: la Guerra d’Etiopia e il ducato di Addis Abeba, la guerra di Francia, la campagna italiana di Grecia, Grazzano, paese natale di Badoglio, dove si ritirerà a vita privata, la campagna italiana di Russia, il 25 luglio 1943, giorno della caduta del fascismo, i bombardamenti americani sull’Italia, l’Armistizio di Cassibile, la fuga di Vittorio Emanuele III, la guerra di liberazione italiana. [Cfr. Savona A. V., Straniero M.L., cit., p. 63].

La cantano con piglio sarcastico Fausto Amodei:

e Margot:

O Badoglio, o Pietro Badoglio/ingrassato dal Fascio Littorio,/col tuo degno compare Vittorio/ci hai già rotto abbastanza i coglion.

T’ l’as mai dit parei,/t’ l’as mai fait parei,/t’ l’as mai dit, t’ l’as mai fait,/t’ l’as mai dit parei,/t’ l’as mai dilu: sì sì/t’ l’as mai falu: no no/tutto questo salvarti non può.

Ti ricordi quand’eri fascista/e facevi il saluto romano/ed al Duce stringevi la mano?/sei davvero un gran bel porcaccion.

Ti ricordi l’impresa d’Etiopia/e il ducato di Addis Abeba?/meritavi di prendere l’ameba/ed invece facevi i milion.

Ti ricordi la guerra di Francia/che l’Italia copriva d’infamia?/ma tu intanto prendevi la mancia/e col Duce facevi ispezion.

Ti ricordi la guerra di Grecia/e i soldati mandati al macello,/e tu allora per farti più bello/rassegnavi le tue dimission?

A Grazzano giocavi alle bocce/mentre in Russia crepavan gli alpini,/ma che importa ci sono i quattrini/e si aspetta la grande occasion.

L’occasione infine è arrivata,/è arrivata alla fine di luglio/ed allor, per domare il subbuglio,/ti mettevi a fare il dittator.

Gli squadristi li hai richiamati,/gli antifascisti li hai messi in galera,/la camicia non era più nera/ma il fascismo restava il padron.

Era tuo quell’Adami Rossi/che a Torino sparava ai borghesi;/se durava ancora due mesi/tutti quanti facevi ammazzar.

Mentre tu sull’amor di Petacci/t’affannavi a dar fiato alle trombe,/sull’Italia calavan le bombe/e Vittorio calava i calzon.

I calzoni li hai calati/anche tu nello stesso momento,/ti credevi di fare un portento/ed invece facevi pietà.

Ti ricordi la fuga ingloriosa/con il re, verso terre sicure?/Siete proprio due sporche figure/meritate la fucilazion.

Noi crepiamo sui monti d’Italia/mentre voi ve ne state tranquilli,/ma non crederci tanto imbecilli/di lasciarci di nuovo fregar.

No, per quante moine facciate/state certi, più non vi vogliamo,/dillo pure a quel gran ciarlatano/che sul trono vorrebbe restar.

Se Benito ci ha rotto le tasche/tu, Badoglio, ci hai rotto i coglioni;/pei fascisti e pei vecchi cialtroni/in Italia più posto non c’è.

T’ l’as mail dit parei,/t’ l’as mai fait parei,/t’ l’as mai dit, t’ l’as mai fait,/t’ l’as mai dit parei,/t’ l’as mai dilu: sì sì/t’ l’as mai falu: no no/tutto questo salvarti non può.

 

Compagni fratelli Cervi (1944) è uno dei tanti canti dedicato alla tragedia e alla memoria della famiglia Cervi.

Le parole furono composte dai partigiani del Distaccamento Fratelli Cervi, operante nel Reggiano, costituito fra il maggio e il giugno 1944 e comandato dal partigiano Sintoni, appartenente alla 144ª brigata garibaldina Antonio Gramsci. Il canto, infatti, si colloca nella zona di Reggio Emilia. Molto noto fa parte delle numerose canzoni che hanno adottato la melodia della vecchia canzone irredentista Dalmazia [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit., p. 127].

Sferzante la versione di Giovanna Daffini:

Metti la giubba di battaglia,/mitra, fucile e bombe a mano,/per la libertà lottiamo,/per il tuo popolo fedel.

È giunta l’ora dell’assalto,/il vessillo tricolore,/e noi dei Cervi l’abbiam giurato/vogliam pace e libertà, e libertà.

Compagni, fratelli Cervi,/cosa importa se si muore/per la libertà e l’onore/al tuo popolo fedel.

È giunta l’ora dell’assalto…

Compagni, fratelli Cervi…

 

Valsesia! Valsesia! è la canzone della brigata di Cino Moscatelli, e si muove sulla stessa melodia e sullo stesso ritmo. Ecco l’esecuzione del Gruppo Popolare e Solisti dell’Oltrepo Pavese (tema):

Quando si tratta di attaccare/noi del Moscatelli siamo i primi

tutti si fermano a guardare/tutti si affacciano ai balcon

Contro i tedeschi e repubblichini/combatteremo siam partigiani

ai nostri monti l’abbiam giurato/dobbiamo vincere o morir          

Valsesia! Valsesia!/cosa importa se si muore

questo è il grido del valore/partigiano vincerà

Quando si tratta di attaccare/Quelli del Pedar sono i primi

tutti cominciano a sparare/e dalla Valsesia vincerem

A Moscatelli l’abbiam giurato/Ai nostri morti gridiam così         

Ai nostri monti l’abbiam giurato/Vogliamo vincere o morire

Valsesia! Valsesia!/cosa importa se si muore

questo è il grido del valore/partigiano vincerà

Valsesia! Valsesia!/cosa importa se si muore

questo è il grido del valore/partigiano vincerà

 

Con la guerriglia (1944), canto di battaglia della Brigata Garibaldina Cichero e di altre formazioni partigiane combattenti sull’Appennino ligure, successivamente passerà ad altre formazioni liguri come la Brigata Centocroci e la Brigata Muccini. Intonato sull’aria della famosa canzone anarchica Inno della Rivolta, nel dopoguerra il brano verrà poi rielaborato in differenti versioni, diffuse prevalentemente in Italia Centrale, Lazio in particolare [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit., p. 136].

Con qualche modifica al testo originale, la versione di A.F.A. (Acid Folk Alleanza) dall’album Materiale Resistente (1995):

E noi farem del mondo un baluardo/Sapremo rider e disprezzar la vita/Per noi risorgerà la nuova Italia

Con la guerriglia

Per tutte le vittime nostre invendicate/Per liberar l’oppressa nostra gente/Ritorna sempre invitto nella lotta/Il patriota

Il nostro grido è libertà o morte/Sull’aspro monte ci siam fatti lupi/Al piano scenderem per la battaglia

Per la vittoria

Famelici di pace e di giustizia/Annienterem il fascismo ed i tiranni/Rossi di sangue e carichi di gloria

Nel fior degli anni

Ai nostri morti scaverem la fossa/Sulle rupestri cime sarà posta/Per noi risorgerà la nuova Italia

Con la guerriglia

 

Là su quei monti, scritto sull’aria di Là su quei monti c’è un’osteria o Vinassa vinassa, è il canto delle Brigate Giustizia e Libertà attive nella pianura cuneese [Cfr. Savona A. V., Straniero M. L., cit., p. 245].

La intona il Gruppo Popolare e Solisti dell’Oltrepo:

Là su quei monti fuma la grangia,/dove s’arrangia, dove s’arrangia…

là su quei monti fuma la grangia/dove s’arrangia il partigian.

Il partigiano, l’arma alla mano/ guarda lontano, guarda lontano,/con la certezza che porterà/giustizia, giustizia e libertà.

Là su quei monti stanno sparando,/là c’è il comando, là c’è il comando…

là su quei monti stanno sparando,/là c’è il comando dei partigian.

Il partigiano, l’arma alla mano…

Là su quei monti le stelle alpine/crescon vicine, crescon vicine…/là su quei monti le stelle alpine/crescon vicine ai partigian.

Il partigiano, l’arma alla mano…

Là su quei monti, sotto quei fiori,/stanno i migliori, stanno i migliori…/là su quei monti, sotto quei fiori,/stanno i migliori dei partigian.

Il partigiano, l’arma alla mano…

 

Marciam marciam, canto della formazione ossolana comandata da Filippo Beltrami, noto come “Il Capitano”, quasi totalmente distrutta nella battaglia di Megolo il 13 febbraio 1944. Le parole sono di Antonio di Dio, ispiratosi a una preesistente canzone dei bersaglieri [Cfr. Savona A.V., Straniero M.L., cit., p. 256].

La canta il Gruppo Padano di Piàdena con Delio Chittò, Bruno Fontanella, Amedeo Merli, Sandra Mantovani, Giovanna Daffini, Franco Mereu. Alla chitarra, Gaspare de Lama, Paolo Ciarchi e Sergio Lodi. Registrata a Milano, 6 maggio 1964:

E sotto il sole ardente/con passo accelerato/cammina il partigiano/col zaino affardellato/cammina il partigiano/che stanco mai si sente/cammina allegramente/con gioia e con ardor

Marciam marciam/marciam ci batte il cuore/s’accende la fiamma/la fiamma dell’amore/s’accende la fiamma/la fiamma dell’amore/e quando vedi un partigiano/passar

non c’è tenente né capitano/né colonnello né general/questa è la marcia dell’ideal/dell’ideal/un partigiano vorrei sposar

E sotto il sole ardente/con passo accelerato/cammina il partigiano/col zaino affardellato/cammina il partigiano/che mai stanco si sente/cammina allegramente/con gioia e con ardor

Marciam marciam/marciam ci batte il cuore/s’accende la fiamma/la fiamma dell’amore/s’accende la fiamma/la fiamma dell’amore/e quando vedi un partigiano/passar

non c’è tenente né capitano/né colonnello né general/questa è la marcia dell’ideal/dell’ideal/un partigiano vorrei sposar

 

Attraverso valli e monti (1944) è un canto nato nell’Udinese come rielaborazione di una canzone rivoluzionaria russa, a opera di un militante comunista anonimo. Oggi viene cantato tradizionalmente il 25 aprile dai partigiani e dalla popolazione di Udine [Cfr. Savona A.V., Straniero M.L., cit. p. 57].

Lo canta il coro R’Esistente del Pratello di Bologna:

Attraverso valli e monti/eroico avanza il partigian/per scacciare l’invasore/all’istante e non doman.

Per scacciare l’invasore/all’istante e non doman.

E si arrossan le bandiere/tinte nel sangue del partigian;/giù dai monti a balde schiere/sotto il fuoco avanti van

I tedeschi e i traditori/saran scacciati con l’acciar/e il clamor della vittoria/varcherà le Alpi e il mar.

Combattiam per vendicare/tanta infamia e atrocità/combattiam perché l’Italia/viva in pace e libertà

 

Figli di nessuno, canzone scritta sull’aria di Noi siam nati chissà quando e Avanti siam ribelli, cantata dai reparti della 4ª divisione Giustizia e Libertà operanti nel Canavese. In diverse versioni viene cantata anche in Emilia, in provincia di La Spezia e in Piemonte [Cfr. Savona A.V., Straniero M.L., cit., p. 182]

Intensa la versione di Maria Carta:

Noi siam nati chissà quando/chissà dove/allevati dalla pubblica carità/senza padre senza madre

senza un nome/e noi viviam come gli uccelli in libertà.

Figli di nessuno/per i boschi noi viviam/ci disprezza ognuno/perché laceri noi siam/ma se c’è qualcuno

che ci sappia ben guidar – e ben guidar/ Figli di nessuno/anche il digiuno saprem lottar.

Noi viviam fra i boschi/e sulle alte cime/e dagli aquilotti/ci facciam comandar/ma il nemico nostro/dai confini scaccerem – e scaccerem/ e l’Italia bella/noi la saprem – noi la sapremo liberar.

Figli di nessuno/per i monti noi viviam/ci disprezza ognuno/perché laceri noi siam/ma se c’è qualcuno

che ci sappia ben guidar – e ben guidar/Figli di nessuno/anche a digiuno saprem lottar.

 

Non possono mancare, Bella ciao, di cui qui si è già scritto (http://www.patriaindipendente.it/idee/copertine/la-bella-emozione-di-una-canzone-mito/).

Stamattina mi sono alzato/o bella ciao bella ciao/bella ciao ciao ciao/stamattina mi sono alzato/e ci ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via/o bella ciao bella ciao/bella ciao ciao ciao/o partigiano, portami via/che mi sento di morir.

E se muoio da partigiano/o bella ciao bella ciao/bella ciao ciao ciao/e se muoio da partigiano/tu mi devi seppellir.

Seppellire lassù in montagna/o bella ciao bella ciao/bella ciao ciao ciao/seppellire lassù in montagna sotto l’ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno/o bella ciao bella ciao/bella ciao ciao ciao/e le genti che passeranno/e diranno: o che bel fior!

È questo il fiore del partigiano/o bella ciao bella ciao/bella ciao ciao ciao è questo il fiore del partigiano

morto per la libertà

e La Brigata Garibaldi, di cui qui si racconta la storia: [http://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/pentagramma/fate-largo-che-passa-la-brigata-garibaldi/]

Fate largo che passa/La Brigata Garibaldi/La più bella la più forte/La più forte che ci sia

Fate largo quando passa /Il nemico fugge allor/Siam fieri siam forti /Per cacciare l’invasor

Abbiam la giovinezza in cor/Simbolo di vittoria/ Marciamo sempre forte/ E siamo pieni di gloria    

La stella rossa in fronte/La libertà portiamo/Ai popolo oppressi/ La libertà noi porterem

Fate largo che passa/La Brigata Garibaldi/La più bella la più forte/La più ardita che ci sia/Fate largo quando passa/Il nemico fugge allor/Siam fieri siam forti/Per cacciare l’invasor

Col mitra e col fucile/Siam pronti per scattare/Ai trditori fascisti/Gliela la faremo pagare

Con la mitraglia fissa/E con le bombe a mano/Ai traditor e ai fascisti/Gliela farem pagar

Noi lottiam per l’Italia/Per il popolo ideale/Per il popolo italiano/Noi sempre lotterem

 Chiara Ferrari, coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica, autrice di Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli