L’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando è ricordato come la scintilla della Grande Guerra, ma il conflitto era stato preparato da anni di rivalità, nazionalismi e corsa agli armamenti

C’è una frase che accompagna quasi inevitabilmente il nostro rapporto con il passato: studiamo la storia per non ripetere gli errori già commessi. È una delle convinzioni più rassicuranti che abbiamo affidato all’insegnamento della storia e, nello stesso tempo, una delle più facili da smentire. Se davvero la conoscenza del passato possedesse in sé una funzione immunizzante, il Novecento avrebbe dovuto rendere impossibili le guerre del XXI secolo. Dopo Verdun, Auschwitz, Hiroshima, il Vietnam, Sarajevo e Srebrenica, dovrebbe essere difficile sostenere che l’umanità ignori le conseguenze della violenza organizzata. Eppure continuiamo a combattere, a riarmarci, a costruire nemici, a considerare in determinate circostanze la guerra non soltanto possibile ma necessaria.

È da questa contraddizione che prende avvio Francesco Filippi in La bugia della guerra. Perché la Storia ci insegna la pace ma noi non la facciamo? (Feltrinelli 2026). Non una storia generale delle guerre e nemmeno un trattato di strategia militare, ma un libro che interroga ciò che viene prima della battaglia: il processo attraverso il quale una società arriva a considerare normale ciò che normale non dovrebbe essere. La violenza; la paura; l’odio; l’identità; il potere; la propaganda; le bugie.

Manifesti della Prima guerra, anche così si costruiva il nemico

Sono queste alcune delle parole-chiave attorno alle quali Filippi costruisce la propria anatomia della guerra. Parole che, prese isolatamente, appartengono anche alla vita ordinaria delle società, ma che combinate insieme possono produrre qualcosa di diverso: la paura ha bisogno di un oggetto; l’odio ha bisogno di un nemico; l’identità, quando viene irrigidita e contrapposta a un’altra identità, costruisce un “noi” che può esistere soltanto contro un “loro”; il potere organizza questa contrapposizione; la propaganda la diffonde; le bugie la rendono plausibile. E infine la violenza appare come la conseguenza naturale di un processo che naturale non è affatto.

La forza del libro risiede proprio qui: nel mostrare che la guerra non arriva improvvisamente. Non “scoppia” come un fenomeno atmosferico, secondo un’espressione che usiamo con sorprendente disinvoltura. Viene preparata. Prima ancora delle armi vengono le parole.

Ed è uno dei passaggi più significativi del volume quello in cui Filippi si sofferma sul clima che precede la Prima guerra mondiale. Negli anni precedenti al 1914 la guerra diventa progressivamente una presenza nel discorso pubblico europeo. Se ne parla continuamente. La si immagina, la si teme, ma nello stesso tempo la si contempla come possibilità concreta delle relazioni fra gli Stati. Governi, giornali, militari, intellettuali, opinioni pubbliche imparano a pensare all’eventualità del conflitto, e proprio perché tutti ne parlano, la guerra comincia in qualche modo a esistere prima ancora di cominciare.

Nella grafica, Mussolini allora socialista interventista e una manifestazione per l’entrata in guerra dell’Italia

È forse il punto più inquietante del ragionamento di Filippi: ciò che sembrava impensabile smette di esserlo e diventa possibile. Ciò che è possibile, a forza di essere evocato, diventa plausibile. Ciò che è plausibile finisce con l’apparire normale, e ciò che viene percepito come normale può facilmente trasformarsi in inevitabile. È così che una possibilità politica acquista l’aspetto di un destino.

Non significa naturalmente che la Prima guerra mondiale sia stata provocata dalle parole. Le cause furono politiche, economiche, imperiali, nazionaliste, strategiche. Significa però che, quando nell’estate del 1914 arrivò la crisi decisiva, le società europee possedevano già un vocabolario attraverso cui interpretarla perché la guerra era entrata da tempo nel campo delle soluzioni pensabili.

Il meccanismo merita attenzione perché è difficile leggere quelle pagine senza rivolgere lo sguardo al presente. Negli ultimi anni infatti abbiamo nuovamente cominciato a parlare della guerra come di un orizzonte possibile dell’Europa. Termini che sembravano appartenere ai manuali del Novecento sono tornati nel linguaggio quotidiano: riarmo, deterrenza, economia di guerra, difesa dei confini, minaccia, nemico, mobilitazione, sicurezza. Non è necessario sostenere un’impropria equivalenza tra l’Europa del 1914 e quella contemporanea per accorgersi di qualcosa che Filippi ci invita a osservare: il linguaggio modifica la soglia di ciò che siamo disposti a considerare normale. Ne deriva che più una società parla della guerra come possibilità concreta, più quella possibilità entra nel suo orizzonte mentale. Ci abituiamo, ed è forse proprio l’abitudine uno dei nemici meno visibili della pace.

In questo senso La bugia della guerra non sostiene ingenuamente che conoscere la storia impedisca automaticamente di ripetere gli errori del passato. Filippi rovescia anzi quel luogo comune: la storia non costituisce un vaccino e non impedisce agli uomini di fare nuovamente ciò che hanno già fatto. Può però permettere di riconoscere i meccanismi attraverso i quali una società viene condotta verso il conflitto. Prima della violenza, però, viene la sua legittimazione. È probabilmente questo il nucleo più interessante del libro: la guerra deve essere resa accettabile prima di poter essere combattuta e una volta cominciata, cambia anche il rapporto con le vittime. La storia militare tradizionale ci ha abituati per molto tempo a osservare le guerre dall’alto: generali, strategie, offensive, linee del fronte, vittorie e sconfitte.

Nella grafica, Maria Bergamas, madre del Milite ignoto

Sulle carte geografiche gli eserciti diventano frecce; le città obiettivi; i morti cifre. Filippi cerca invece costantemente di riportare lo sguardo verso chi la guerra la subisce e rappresenta un cambio di prospettiva decisivo, perché vista dal basso la guerra perde gran parte dell’astrazione con cui viene raccontata. È la casa distrutta, il figlio che non torna, la fuga, la fame, la mutilazione, la paura, lo sfollamento, l’attesa. È soprattutto il coinvolgimento di uomini, donne e bambini che non stanno combattendo.

Gaza oggi

Il caso di Gaza rappresenta nel libro uno degli esempi contemporanei più drammatici di questo scarto tra guerra raccontata e guerra vissuta. Filippi richiama il dato secondo cui la quota delle vittime civili avrebbe raggiunto circa l’83 per cento. È un dato che richiede precisione, tanto più perché riguarda un conflitto ancora politicamente e storicamente controverso.

Nell’agosto 2025 un’inchiesta congiunta del Guardian, della rivista israelo-palestinese +972 Magazine e di Local Call, basata su un database riservato dell’intelligence militare israeliana, rilevava che nel maggio precedente risultavano identificati come morti o probabilmente morti circa 8.900 combattenti di Hamas e della Jihad islamica palestinese, a fronte di oltre 53.000 palestinesi complessivamente uccisi secondo le autorità sanitarie di Gaza. Da questo confronto gli autori dell’inchiesta ricavavano una quota di vittime civili vicina all’83 per cento. Le Forze di difesa israeliane hanno contestato la correttezza delle conclusioni pubblicate, senza tuttavia fornire in quella risposta una diversa ricostruzione puntuale dei dati. Il rapporto del 2026 della relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati ha richiamato la stessa stima.

(Imagoeconimica, Carlo Carino)

Al di là della controversia sulla quantificazione esatta, la questione sollevata da Filippi è più ampia: che cosa accade ai civili quando la guerra travolge la distinzione, fondamentale nel diritto internazionale umanitario, tra combattenti e popolazione? È qui che le cifre rischiano di anestetizzarci e la morte diventa statistica.

Ed è a questo punto che assume pieno significato la “bugia” richiamata nel titolo. La bugia non consiste nel sostenere che non esistano aggressori e aggrediti, responsabilità politiche differenti, necessità di difesa o conflitti reali. Una simile posizione renderebbe il libro assai più debole. La menzogna che Filippi prova invece a smontare è quella che rappresenta la guerra come inevitabile, necessaria e infine “giusta”, quasi fosse una forza esterna alla volontà degli uomini. Violenza, paura, odio, identità, potere, propaganda, bugie non sono dunque semplicemente temi differenti del libro. Sono passaggi di uno stesso processo e possono persino essere letti come una sequenza. Certo, non sempre l’ordine è identico e non tutte le guerre funzionano allo stesso modo, ma riconoscere questa “grammatica” permette di comprendere perché Filippi rifiuti l’idea della guerra come semplice destino antropologico. Dire infatti che “l’uomo ha sempre fatto la guerra” sembra una constatazione storica. In realtà può diventare un alibi.

(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

La pace, invece, non è il contrario ingenuo della storia. È anch’essa storia. Ha bisogno di istituzioni, trattati, compromessi, diplomazia, movimenti, negoziati. Però esiste una sproporzione evidente nella maniera in cui raccontiamo questi due processi, perché delle guerre ricordiamo date, offensive, generali, battaglie, mentre della costruzione della pace molto meno. Ricordiamo con minore immediatezza i lunghi processi diplomatici, sociali e culturali che hanno permesso di ricostruire rapporti tra paesi che si erano massacrati pochi anni prima. Questo avviene perché la guerra possiede una forza narrativa che la pace raramente riesce a eguagliare.

La lezione che ci rimane è che la storia non dice che cosa dobbiamo fare, ma rende più difficile affermare che non sapevamo.

Andrea Mulas, storico