Uno dei tanti cortei delle manifestazioni contro il G8 a Genova nel luglio del 2001

In occasione del G8 di Genova del 20-22 luglio 2001 – il forum intergovernativo informale delle maggiori potenze economiche mondiali – viene organizzato nel capoluogo ligure, da una pluralità di soggetti e associazioni, un controvertice per denunciare e protestare contro gli effetti indotti dai processi di globalizzazione: aumento delle disuguaglianze, degrado degli ecosistemi, incremento del debito estero dei Paesi poveri, strapotere delle multinazionali nell’economia e nella politica.

Genova 2001, le grate della Zona rossa

Caldeggiata e promossa da una molteplicità di istituzioni e gruppi di pressione (il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto), i più forti Stati dell’Occidente capitalistico e le transnazionali, la progressiva abolizione di ogni forma di controllo sulla mobilità dei capitali dà luogo nell’ultima fase del Novecento all’integrazione dei mercati finanziari in un unico circuito [1].

Genova Plazzo Ducale dove si tenne la riunione del G8

Infatti, dalla metà degli anni Ottanta i capitali circolano sempre più liberamente, trasferendosi da una zona all’altra del pianeta in just time, in tempo reale. Con un semplice click elettronico si riesce a influenzare l’andamento della borsa, spostando somme da capogiro, arricchendo i colossi economici, imprimendo così una brusca accelerazione alla finanziarizzazione dell’economia. La deregolamentazione (la deregulation), introdotta dapprima nei Paesi anglosassoni, e le tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni contribuiscono, dunque, in maniera decisiva alla vertiginosa espansione delle transazioni borsistiche, che, non essendo sottoposte più ad alcuna vigilanza, sono caratterizzate da un’elevata volatilità, come hanno sperimentato a proprie spese il Sud-est asiatico nel 1997 e il Brasile e la Russia nel 1998.

I leader mondiali al G8 di Genova

Seguendo una prospettiva di breve o brevissimo termine, in modo da sfruttare le opportunità di guadagno sui tassi d’interesse e i cambi, la finanza agisce in un contesto effettivamente globale senza frontiere e confini [2]. Già nei primi anni del Ventunesimo secolo assorbe una quantità di risorse superiore di 72 volte al commercio mondiale di merci e servizi. Come pure è strabiliante il volume delle operazioni valutarie con circa 2.000 miliardi di dollari scambiati ogni giorno. Questi imponenti movimenti di denaro, che obbediscono alla logica speculativa delle società finanziarie, finiscono con il mettere in discussione la piena sovranità degli Stati, principale bersaglio – questi ultimi – dei neoliberisti, apologeti degli spiriti animaleschi di un capitalismo senza vincoli e regole.

Genova, luglio 2001

Di proporzioni ragguardevoli è anche il drenaggio di risorse operato dal Sud al Nord del mondo con le imposizioni iugulatorie del “Washington consensus”, con i drastici “piani d’aggiustamento strutturale”, cui devono sottostare quanti fanno ricorso ai finanziamenti dall’estero nell’illusione di poter emanciparsi dalle spire dell’arretratezza. Il risultato sarà lo svenamento dei Paesi in via di sviluppo a beneficio dei loro creditori. Oberati da una mole crescente di interessi, divengono di fatto finanziatori dei Paesi più prosperi, vedendo nettamente peggiorare le loro condizioni. Costretti a chiedere ulteriori prestiti unicamente per far fronte alle rate in scadenza, rimangono alla mercé di un perverso circolo vizioso che gonfia a dismisura le somme da rimborsare. Così tra il 1980 e il 2002 si è avuto un gigantesco trasferimento di capitali dal Terzo mondo all’Occidente capitalistico di 3.450 miliardi di dollari (oltre 3.000 miliardi di euro). Ciò, unitamente alla crisi economica degli anni Ottanta, ha accentuato le «terribili sfortune» delle periferie del Sud.

Attraverso i meccanismi del pagamento del debito estero il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, i governi occidentali riuniti nel Club di Parigi, le banche private rappresentate dal Club di Londra, cioè le grandi categorie di creditori, hanno mirato a soffocare l’economia dei Paesi meno avanzati per ottenerne le materie prime a bassi costi. Né gli aiuti dal Nord al Sud del mondo sono stati sufficienti ad attenuare la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e a fronteggiare le conseguenze delle decurtazioni della spesa sociale, degli sconvolgimenti climatici e dell’incremento demografico. Anzi sono diminuiti in media, nonostante l’Onu sin dalla Carta del 1974 avesse stabilito che l’1% del Pil degli Stati ricchi andasse devoluto a favore del Terzo Mondo. Oltre che l’ammontare, discutibili sono state soprattutto le modalità degli aiuti, finalizzati per lo più a fornire un sussidio alle esportazioni dei Paesi più sviluppati, i quali hanno elargito finanziamenti a patto che venissero acquistati esclusivamente propri prodotti. In nome dell’integrazione economica, i governi occidentali hanno premuto per un’ulteriore apertura dei mercati alle loro merci e ai loro capitali, senza ridurre però le tariffe doganali sui prodotti agricoli o sui manufatti a bassa tecnologia dei Paesi poveri.

(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

È bene ora sottolineare che l’economia globalizzata ha alimentato potentemente lo scambio ineguale, che è alla base del nesso sviluppo-sottosviluppo e dell’emarginazione di vaste aree del pianeta. Alla vigilia del terzo millennio, secondo il decimo rapporto dell’Onu sullo sviluppo umano (1999), il quinto più ricco della popolazione terrestre possedeva l’86% del Pil mondiale, mentre il quinto più indigente solo l’1% e i restanti tre quinti il 13%: piccole isole di iper-ricchezza, per lo più concentrata nell’Occidente capitalistico, in un mare di miseria [3].

Genova 2001

Questi dati essenziali fotografano – a cavallo tra Ventesimo e Ventunesimo secolo – le enormi disparità tra Nord e Sud del mondo che, insieme con l’internazionalizzazione dei processi produttivi, i cambiamenti climatici e l’acuirsi delle tensioni e dei conflitti sulla scena globale, sono all’origine dell’intensificarsi dei movimenti migratori. Inoltre, nessuna regione della Terra, sia pure in misura difforme, è risparmiata dalla crisi ecologica, imputabile ad un modello di sviluppo energivoro [4]: l’effetto serra, il buco dell’ozono, lo scioglimento delle calotte polari, l’innalzamento dei livelli marini, l’inquinamento di aria, acque e suoli ne sono le manifestazioni più evidenti e allarmanti.

Gli scontri a Seattle, 1999

Da tutti questi problemi e da tutte queste sperequazioni è nutrita la rete No-global, cresciuta sul finire del Novecento e protagonista – in modo clamoroso – della rinascita della lotta per la giustizia economica e sociale il 30 novembre 1999, a Seattle, in occasione del Millennium Round del Wto, che aveva convocato nella città statunitense i rappresentanti di 134 Paesi per fissare le regole del commercio internazionale all’insegna del neoliberismo. Acquista, così, visibilità planetaria una composita realtà che da alcuni anni va organizzando conferenze e controvertici in risposta agli appuntamenti politici ed economici delle istituzioni della globalizzazione [5]. La contestazione di Seattle, messa in atto da circa cinquantamila persone, che si scontrano con le forze dell’ordine, attirando l’attenzione dei mass media, è la «prima manifestazione telematica della storia», in quanto il tam-tam delle parole d’ordine e delle informazioni viene rilanciato dalle reti informatiche, anche se non tutte le componenti del cosiddetto «popolo di Seattle», come ad es. il coordinamento dei piccoli agricoltori, Via Campesina, si sono servite di questo efficace mezzo di comunicazione e di mobilitazione. A Seattle lo slogan comune a tutte le iniziative di quello che viene definito «il movimento dei movimenti» è «pensare globalmente, agire localmente» («think globally, act locally») [6].

Da quel momento – e per qualche anno – gli incontri dei “grandi” e degli organismi internazionali divengono il pretesto perché si radunino massicciamente, nelle città che li ospitano, associazioni, gruppi e semplici cittadini, fermamente intenzionati a far sentire la loro voce contro il “capitalismo globale”, ritenuto responsabile di tutte le iniquità e forme di sfruttamento diffusesi a livello sociale, ambientale e politico. In concomitanza con l’annuale Forum economico di Davos si svolge tra il 25 e il 30 gennaio 2001 il Primo Forum sociale mondiale a Porto Alegre, in Brasile, con la partecipazione di oltre diecimila attivisti e di mille organizzazioni di 120 Paesi. Bernard Cassen, presidente dell’Associazione francese Attac, inizia il suo discorso con la frase «Un altro mondo è possibile», assurta poi a slogan del movimento no-global, che allora va sempre più prendendo piede.

Genova 2001

Il movimento altermondialista, che si oppone al modello di sviluppo fondato sulla centralità delle leggi del mercato e sull’incontrastato predominio della finanza, si incarica di smascherare la presunta neutralità scientifica delle teorie economiche neoliberiste, di mettere a nudo la retorica ufficiale incentrata sull’esaltazione dell’inarrestabile marcia trionfale della globalizzazione che, attraverso i meccanismi del trickle-down [7], dello “sgocciolamento”, attivati dall’iper-concentrazione della ricchezza in poche mani, avrebbe investito positivamente anche i ceti medi e persino gli strati sociali più marginali. In realtà, invece di portare alla ricaduta, sia pure in parte, dei profitti verso il basso, l’accumulazione senza vincoli ha consentito agli attori del “capitalismo globale” di riformulare le regole del gioco a proprio vantaggio, arrivando a privatizzare i beni comuni e a ridimensionare e disarticolare i sistemi di protezione sociale.

Un murale dedicato in Germania a Carlo Giuliani

Dai controvertici dei No-global e dai Forum sociali, che incarnano e richiamano le varie anime del «popolo di Seattle», viene la richiesta della costruzione di una democrazia sovranazionale, la proposta di una «democrazia partecipativa», basata su un’azione concertata e in grado di realizzare la globalizzazione dal basso e dei diritti. Emerge così un inedito internazionalismo, che ha tra i suoi obiettivi l’annullamento del debito dei Paesi poveri e un robusto prelievo fiscale sui grandi patrimoni; che prende posizione contro il divario Nord-Sud e le minacce all’ambiente e ai diritti sociali. Ne sono una riprova i 46 seminari e dibattiti tenutisi tra il 16 e il 19 luglio 2001, a ridosso del G8 di Genova, su temi come la libertà di commercio, gli accordi sull’effetto serra, la politica agricola e alimentare, il mercato dei farmaci, le biotecnologie, i brevetti.

Genova 2001

Si è detto che proprio durante il vertice di Genova abbia raggiunto la sua punta più alta l’entrata in scena della società civile globalizzata, un amalgama variegato comprendente centri sociali, ong, attivisti della sinistra radicale, ecologisti di varia natura, settori sindacali, cattolici pacifisti, organizzazioni contadine come la Confédération paysanne di José Bové. Al grido di «un altro mondo è possibile», questo coacervo di movimenti è espressione di una cultura attenta alle tematiche della povertà globale e dell’inquinamento del pianeta, di una coscienza anticapitalistica per tanti motivi diversa da quella del movimento operaio otto-novecentesco. Un movimento in prima linea contro le minacce di guerra e in grado di mobilitare milioni di persone sul tema della pace, come farà contro l’intervento anglo-americano in Afghanistan nel 2001 e soprattutto contro quello in Iraq nel 2003.

Un Black Bloc indossa una maschera antigas durante una manifestazione

A Genova, dove sotto il sole cocente del luglio 2001 affluiscono centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo e da ogni parte d’Italia, si risponde in maniera durissima alla contestazione motivata con dati precisi sul debito dei Paesi del Sud del mondo, sulla mercificazione dell’acqua, sulla speculazione finanziaria e sul ruolo giocato in tutto ciò dalle principali economie capitalistiche. Mentre piccoli gruppi di oscuri provocatori (i Black bloc) distruggono sostanzialmente indisturbati le vetrine di banche e negozi e bruciano auto, le forze dell’ordine, che impiegano anche mezzi blindati, caricano con estrema determinazione i cortei pacifici.

Preannunciati qualche mese prima dal comportamento violento della polizia nel centro di Napoli, dove si era tenuto il vertice del Global Forum, gli scontri a Genova toccano il culmine in piazza Alimonda con la morte di Carlo Giuliani, un giovane ventitreenne sparato da un carabiniere. Seguirà nella notte tra il 21 e il 22 luglio la brutale irruzione di quasi 300 poliziotti nella scuola “Diaz”, adibita a quartier generale del Genoa social forum. Gli agenti colpiscono, con una gragnuola di manganellate, calci e pugni, 93 militanti e i pochi giornalisti presenti, che saranno trasferiti nella caserma di Bolzaneto, dove subiranno pestaggi, sevizie, umiliazioni e torture. Nessuno dei funzionari processati per quanto accaduto a Bolzaneto verrà accusato di tortura, dal momento che tale reato sarà introdotto nel nostro ordinamento soltanto con la legge 110/2017 [8].

I fatti di Genova, che chiamano ancora in causa il nodo della tenuta dello Stato di diritto, del rapporto tra ordine pubblico e libertà, vengono definiti da Amnesty International – a qualche mese di distanza dal luglio 2001 – «la più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale». In quei giorni turbolenti e cruciali viene inflitta una lacerante ferita alla qualità della democrazia contemporanea; una ferita che ha ridotto, se non inibito, la capacità di incidere da parte del dissenso sociale [9], che ha modificato – come ha osservato Lucie Geffroy su Le Monde del 18 luglio 2013 – «il rapporto degli italiani con la vita politica e l’impegno sociale». Infatti, in Italia, nonostante la crisi economica del 2007-2008 e del 2010-`11, non si è avuto nulla di paragonabile a Occupy Wall Street o agli Indignados in Spagna [10].

In quei giorni di venticinque anni fa si è fatto di tutto per impedire, con gli strumenti della repressione e della sospensione dei diritti democratici, il decollo di un movimento con una proiezione su scala globale, teso a prospettare un’alternativa possibile al mondo del «turbocapitalismo» e della globalizzazione asimmetrica.

Francesco Soverina, storico, autore di numerosi libri, ultimo “Le onde lunghe della storia. Dall’età contemporanea al tempo presente”, La Valle del tempo, Napoli 2025


NOTE

[1] Si suggerisce di Joseph Stiglitz, I ruggenti anni Novanta. Lo scandalo della finanza e il futuro dell’economia, Einaudi, Torino 2004; nonché di Francesco Barbagallo, I cambiamenti nel mondo tra XX e XXI secolo, Laterza, Bari-Roma 2021, pp.27-49.
[2] Sui rischi e le implicazioni profondamente negative della mega-macchina finanziaria, tesa a moltiplicare il denaro attraverso il denaro, non si può prescindere da Luciano Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011.
[3] UNDP, Rapporto 1999 su lo sviluppo umano. 10. La globalizzazione, Rosenberg & Sellier, Torino 1999.
[4] Cfr. Carla Ravaioli, a cura di, Lettera aperta agli economisti. Crescita e crisi ecologica, Manifestolibri, Roma 2001.
[5] Cfr. Vittorio Parola, Globalizzazione e no global, Newton & Compton, Roma 2004. Un testo destinato a diventare un punto di riferimento per «il popolo di Seattle» è il libro di Naomi Klein, No Logo. Economia globale e nuova contestazione, Baldini&Castoldi, Milano 2001.
[6] Si veda di Christophe Aguiton, Il mondo ci appartiene. I nuovi movimenti sociali, Feltrinelli, Milano 2001.
[7] L’espressione trickle-down (“sgocciolamento”) rinvia all’assunto neoliberista secondo il quale i benefici economici elargiti a vantaggio dei ceti più ricchi (in termini di alleggerimento dell’imposizione fiscale) finiscono con il favorire, a cascata, l’intera piramide sociale.
[8] Su quanto è accaduto in quei giorni nel capoluogo ligure è molto utile leggere la raccolta di articoli contenuta in Genova 2001, «Internazionale extra», n. 15, estate 2021.
[9] Si rimanda a Marco Imarisio, La ferita. Il sogno infranto dei noglobal italiani, Feltrinelli, Milano 2011.
[10] Cfr. Raffaele Laudani, Disobbedienza, Il Mulino, Bologna 2011.